Ritrovamenti archeologici di epoca romana e pre romana a sud di Padova

Questo articolo certo non vuole esaurire un filone storico di così vasta portata, oggetto di continuo studio da parte di cattedratici, esperti, archeologi.
Lo scopo che ci siamo prefissi, casomai, è quello di ingenerare una certa curiosità nei nostri lettori per un argomento che, riteniamo, non sia ben conosciuto quand’anche proprio sconosciuto ai più.
Si tratta dei ritrovamenti archeologici di epoca romana e preromana rinvenuti, spesso casualmente, nei dintorni sud di Padova.
Esiste tutto un filone di studio molto ben documentato e sempre in continuo sviluppo, che descrive come tra il I e II secolo d.C. le nostre zone siano state oggetto di centuriazione. Queste zone, non meno di quelle più famose a nord di Padova, erano molto ricche, adattissime per una grande varietà di coltivazioni, per l’allevamento, per i prodotti dell’orto, per il grano e per la vite.
Dunque, come scrivono gli esperti, non è né difficile né errato pensare che siano sorti dei villaggi, magari nei pressi di alcune “fattorie” (denominate Ville Rustiche) e qualche studioso si spinge addirittura ad ipotizzare che queste fattorie di epoca romana e poi tardo antica fossero più d’una (anche a Maserà) il che testimonierebbe, appunto, della ricchezza del territorio.
Naturalmente accanto agli insediamenti abitativi c’erano i luoghi di sepoltura dei morti, le tombe, i tumuli.


Mappa dei ritrovamenti archeologici a sud di padova da "le divisioni agrarie..ecc" op.cit. in bibl.

Se questa terra è stata veramente oggetto di centuriazione, con relativi villaggi, comprese le ville rustiche e le tombe, ci devono essere allora testimonianze archeologiche cospicue ed importanti.
A differenza della centuriazione a nord di Padova, ancora ben visibile, la particolarità geomorfologica del nostro territorio ha cancellato molte tracce sia della divisione agraria sia delle strade romane che l’attraversavano ed in effetti ancora oggi i tracciati della via Annia superiore, quella inferiore e della via Popilia sono ancora motivo di studio tra gli addetti ai lavori.
Per quanto riguarda la centuriazione e lo sviluppo insediativo, bastino i ritrovamenti di San Pietro Viminario e quello di Albignasego. Il primo è un cosiddetto “cippo gromatico”, ed è un ritrovamento assai raro. Si tratta di un termine tecnico che definisce una stele in pietra posta in epoca romana a delimitare proprio l’agro centuriato, ancora più raro se si considera che era infisso nel luogo originario.  Gli studiosi sostengono che grazie a questo ritrovamento si sia potuto ricostruire con buonissima approssimazione l’intero disegno generale della centuriazione, da Monselice fino al piovese, passando per Bovolenta.
Anche ad Albignasego è stata rinvenuta (1861) una pietra, infissa nelle mura perimetrali del cimitero, che testimonia la presenza di un Pagus romano. Cosa erano i Pagus?  Esso deriva dal linguaggio amministrativo romano e stava ad indicare una circoscrizione territoriale rurale (cioè al di fuori dei confini della città), di origine preromana e poi romana, accentrata su luoghi di culto locale pagano prima e cristiano poi.
In parecchi casi l'antico pagus può essere individuato nella primitiva pieve, in quanto nelle campagne la Chiesa cristiana si sostituì all'antico culto gentile (paganalie).
Come abbiamo visto e come vedremo ancora, a partire dal XIX secolo, sotto l’impulso dei tempi nuovi e con l’apporto di illuminati studiosi, i ritrovamenti casuali nelle campagne di numerosissime testimonianze romane e preromane, hanno iniziato ad essere protetti e catalogati con metodo scientifico da parte, specialmente, dei musei civici di Padova.
Certo, alcuni pezzi pregiati rinvenuti sono finiti, per motivi legati alle capacità economiche di alcuni musei e alla lungimiranza dei loro direttori, molto lontani da qui.
Nell’inverno 1880-1881 è stato effettuato uno dei ritrovamenti di monete romane più importanti di quel secolo, si tratta del famoso (per gli addetti ai lavori) “ripostiglio di Maserà”: esso si compone di oltre 1.200 monete, in gran parte “vittoriati”, per lo più in condizioni ottime tanto da far ritenere agli esperti che si trattasse già all’epoca non di un nascondimento di tesoro ma di una vera e propria collezione.
Come dicevamo, le monete, grazie all’intraprendenza del direttore, finirono acquistate dal museo di Napoli e lì si trovano tutt’ora.
Del resto, a proposito di lungimiranza e capacità di un direttore di museo e anche di insediamenti preromani e romani, bisogna ricordare che solo grazie al volere di Andrea Moschetti, grande direttore dei musei civici di Padova, che il ritrovamento di resti di un insediamento preromano (Pagus) avvenuto nel 1901 è stato catalogato alla perfezione, con relativi disegni.
Si tratta del ritrovamento denominato erroneamente di “Bertipaglia” in quanto dal proseguo si evince che i resti sono stati rinvenuti nel capoluogo, cioè Maserà, nella proprietà di un certo Paolo Menegazzi.  I reperti paleoveneti inerenti a questo Pagus consistono in oggetti quali: numerosi frammenti di vasi fittili, fibule, fermaglio di cintura, punte di lancia. Il Gherarducci, a conclusione della sua prima disamina dei pezzi rinvenuti scrive che i ritrovamenti, riferibili probabilmente al V secolo a.C., “attestano l’esistenza nel comune di Bertipaglia (Maserà, ndr) di un pago preromano e dimostrano la diffusione della civiltà paleo-veneta in quel tratto di pianura che allontanandosi dalla breve catena dei colli Euganei discende verso le rive dell’Adriatico”.
Per quanto ci riguarda, infine, non possono certo essere taciuti i ritrovamenti dei bronzetti romani di Bertipaglia: la Venere e il Giovane Itifallico.
Si deve al volume “Le divisioni agrarie romane nel territorio patavino – testimonianze archeologiche” (vedi bibl.)  la descrizione di questi ritrovamenti, ed in particolare alla dott.ssa Mirella Cisotto Nalon.


Per la Venere si tratta di un bronzo di circa 10 cm. Rinvenuto a Bertipaglia nel 1870, acquisito dal museo Bottacin e poi passato ai civici. Lo studio accurato dell’esperta, sulla posa, le proporzioni, l’acconciatura porta alla conclusione assai interessante che il manufatto, databile intorino al I-II secolo d.C., si rifà alla moda in voga nei secoli precedenti ( IV sec. a.C.), a testimoniare la continuità tra popoli paleo-veneti e romani

Il  giovane Itifallico, ovvero dal sesso smisurato, è stato rinvenuto a Bertipaglia, ma acquistato nel 1895 dai musei civici. Si tratta di un bronzetto di circa 8,5 cm e anche questo, pur databile I-II sec. d.C. si rifà a culti e tradizioni precedenti, in quanto il simbolo fallico, come si sa, da sempre ha rappresentato per i popoli antichi, il mistero della fecondità
Dunque, per concludere questo breve viaggio nel lontano passato, vogliamo fare ancora un brevissimo tragitto in avanti, fino al IV e V secolo d.C. Ebbene, che ne è stato allora di questi insediamenti romani? Bisogna sapere che in epoca tardo antica appunto, i piccoli gruppetti di case e capanne sorti agli incroci delle centuriazioni erano divenuti veri villaggi, gli stretti passaggi tra un podere e l’altro, delimitati dai famosi muretti a secco (Maceriae) erano divenuti tratturi, vie e strade;  mentre le ville rustiche erano diventate in alcuni casi enormi aziende agricole, come diremmo oggi “poli agro-alimentari” dove si raccoglievano e lavoravano, pronti per la vendita in città (Padova?) i prodotti della terra, gli animali da cortile e tutto ciò che poteva venire dalla campagna. I padroni di queste terre (Dominus) erano divenuti talmente ricchi da potersi permettere, al centro delle loro ville rustiche, una parte abitativa sontuosa che nulla aveva da invidiare alle ville romane che abbiamo visto tante volte descritte in televisione e sui libri.
Ma a Maserà c’era o no una villa rustica romana? Secondo l’esperto archeologo Michele Matteazzi la risposta affermativa sta nel pavimento a mosaico rinvenuto sotto la Pieve durante gli scavi della sopraintendenza negli anni 2000, i cui risultati non sono mai stati pubblicati.
Secondo il famoso studioso medievalista Sante Bortolami in Europa ed in Italia esistono numerose testimonianze che i benedettini preferivano costruire le loro “corti” ovvero il “polo agroalimentare” del medioevo, in corrispondenza di dove già erano state edificate queste ville rustiche romane ma, afferma lo studioso scomparso nel 2010, in Veneto non abbiamo mai avuto conferma di ciò. E se la conferma fosse proprio Maserà?
Ma questa è un’altra storia.

 

Ricerca e testo: Chiaretto Ennio
Bibliografia:
Michele Matteazzi, il paesaggio centuriato a sud di Padova: una nuova lettura dallo studio archeomorfologico del territorio . Institut Català d’Arqueologia Clàssica (ICAC), 2014
Michele Matteazzi, Dinamiche insediative e organizzazione territoriale a sud di Padova in età romana/ Dinámica de los asentamientos y organización territorial al sur de Padua en época romana, Tesi di dottorato. Univesità degli studi di Padova. Universitat Rovira i Virgili di Tarragona.

Sante Bortolami, “Corti e granze benedettine nel medioevo: alle origini di una storia di lunga durata”. All’interno di: “La Corte Benedettina di Legnaro, vicende, strutture, restauri”. A cura di Mimmo Vita e Francesco G.B. Trolese, regione Veneto, 2001, pagina 18
AAVV Atti della Regia accademia dei Lincei anno CCLXXX 1882-1883, Memorie Vol XI – Roma 1883
AAVV Atti della Regia accademia dei Lincei anno CCXCVIII 1901 serie 5, Vol IX parte 2 Notizie degli scavi – Roma 1903
Immagini e descrizioni tratte da:
AAVV “Le divisioni agrarie nel territorio patavino- testimonianze archelogiche” MP Edizioni 1984, saggio di Mirella Cisotto Nalon

ps: Ovviamente siamo consapevoli che i ritrovamenti sono stati più numerosi di quelli qui citati, ma il nostro tentativo era quello di stimolare la curiosità. Grazie a chiunque volesse scriverci per integrare o commentare