Ricordi di un nonno di Selvino Trovò

Ricordi di un nonno di Selvino Trovò

UNA VITA DI LOTTE PER VIVERE DI PARTECIPAZIONE ALLE LOTTE PER CONQUISTE SOCIALI PIU' AVANZATE

Cari nipoti, vi voglio tanto bene e farei qualsiasi cosa per la vostra buona crescita e felicità.

Voglio raccontarvi la mia storia, cioè come sono vissuto e come mi sono comportato; naturalmente vi racconto i fatti che mi sono rimasti nella memoria. Fin da quando avevo 7-8 anni in famiglia eravamo in quattro: papà, mamma, io e mia sorella più giovane di me di tre anni. Mio padre faceva il bracciante, cioè andava a lavorare nei campi alle dipendenze di grossi agricoltori. Mio padre era considerato un bravo lavoratore e molto corretto, proveniva da una famiglia di lavoratori molto stimata, come lo era la famiglia della mia mamma.

Mia mamma era casalinga, ma all'estate per portare in famiglia anche poche lire andava a svolgere lavori agricoli stagionali, come la zappatura del granoturco e delle barbabietole e alla raccolta degli stessi prodotti o della vendemmia; allora non c'erano le macchine che vi ho fatto vedere qualche tempo fa' che fanno tutto con l'ausilio di solo qualche lavoratore; nemmeno c'erano quei prodotti chimici chiamati diserbanti, perciò la pulitura delle piantine di granoturco e delle barbabietole o di qualsiasi altra coltura come ad esempio il tabacco, ecc. veniva fatta con la zappa; così come venivano fatti a mano dall'uomo (in prevalenza erano le donne che venivano impiegate in detti lavori, anche perché il salario contrattuale era inferiore a quello dell'uomo) i lavori di diradatura delle piantine delle barbabietole e di granoturco. Il tenore di vita della nostra famiglia era estremamente basso, come lo era per moltissime famiglie nella stessa zona della bassa padovana; noi abitavamo a Pozzonovo.

La carne di manzo la si mangiava 3-4 volte all'anno, in prevalenza si mangiava: fagioli con qualche fettina di pancetta, uova (mezzo a persona), aringa, baccalà fresco, qualche pollo allevato dalla mamma. Il latte si acquistava mezzo litro al giorno e lo si allungava con acqua. Le minestre che si mangiavano sempre a mezzogiorno, ad eccezione dell'inverno, venivano condite con un po' di grasso di maiale o con qualche cotica e un po' di olio che compravamo un etto alla volta, all'inverno la minestra la si mangiava alle 4 del pomeriggio, perché in quella stagione noi poveri facevamo solo due pasti al giorno; al mattino alle 9 circa latte con caffè di grano abbrustolito con polenta o focaccia fatta dalla mamma e quello era il primo pasto. Il vino non veniva comprato, anche se a mio padre sarebbe piaciuto qualche bicchiere; mi ricordo di averlo visto bere dalla bottiglia un sorso di aceto per avere in bocca per qualche istante un gusto diverso dall'acqua. Da ottobre a marzo si beveva la graspia (un vinello che si otteneva facendo passare l'acqua nelle vinacce poste in un tino che prendeva un colore rosa e forse un grado o due). Noi non allevavamo il maiale almeno fino a che abbiamo abitato in via Tezzon. Abitavamo in una "casa" in affitto di due stanze; il pavimento era in terra battuta, il tetto coperto di coppi e tegole perciò d'inverno sulle tegole si vedevano le stelline di ghiaccio, le finestre con degli infissi che poco ci riparavano dal freddo e dal vento che entrava dalle molte fessure. Mi ricordo che al mattino d'inverno quando mi alzavo per andare a scuola, per lavarmi la faccia dovevo rompere il ghiaccio che si era formato sull'acqua che tenevamo in casa nei secchi. Non c'era la luce elettrica, si usava la candela o il lume a petrolio. Il gabinetto era fuori casa, consisteva in un piccolo recinto di metri 1,50 per 1,50 circa, chiuso con canna di granoturco o con erbacce ed era scoperto, la carta igienica non la conoscevamo.

Durante la raccolta del grano, nei mesi di giugno-luglio, io e mia mamma al mattino prestissimo, alle 4-5 andavamo a spigolare il grano nelle grandi aziende, che distavano da casa nostra 3-4 chilometri e anche più; andavamo a piedi perché la unica bicicletta che avevamo serviva a mio padre che andava a lavorare ancora più lontano. Nelle 8-10 volte che andavamo a spigolare riuscivamo a raccogliere 50-60 chilogrammi di grano e questo assieme a quello che mio padre prendeva con la meanda* ci bastava per fare le focacce per tutto l'anno. Questo fatto dava una certa tranquillità a papà e mamma poiché con un po' di granoturco, le patate, i fagioli e qualche zucca il cibo era assicurato.

Per quanto riguardava l'abbigliamento lascio a voi, cari nipoti, immaginare come si poteva andare vestiti. Mia mamma era spesso con ago e filo per aggiungere un'altra toppa ai pantaloni o alla giacca e per rammendare le calze o altro.

Andavo a scuola a piedi naturalmente, che distava circa due chilometri e questo fino a 11 anni, poiché ho frequentato la quinta elementare per due anni; due volte la quinta non perché non fossi stato promosso il primo anno, ma perché i miei genitori piuttosto che vedermi sulla strada hanno preferito così, anche se hanno dovuto pregare molto il maestro perché mi tenesse, in quanto ero molto vivace e disturbavo gli altri scolari. Ricordo che una volta il maestro Gatto sgridò un mio vicino di banco che io avevo disturbato, il quale in dialetto più marcato del comune si lamentò dicendo, sig. maestro Trovò mi urta, il maestro sbottò e disse urtalo anche tu, innalzando le braccia, come per dire cosa vuoi che faccia per far tacere e stare fermo quel Trovò; poiché ero io il disturbatore

Ma forse il maestro Gatto mi sopportava perché qualche soddisfazione la riceveva; ricordo che una mattina ci presentammo io e altri due compagni di classe Britti e Arnaldo con un nostro esperimento. Qualche giorno prima ci era stato insegnato come trovare il volume del cubo e del cilindro e il peso specifico di certi metalli e altro.

Portammo il volume e il peso specifico di uno di noi. 11 maestro impegnando tutta la classe ad ascoltare, ci chiese come avessimo fatto quell'esperimento; spiegammo - abbiamo riempito di acqua un bidone di forma cilindrica e poi uno di noi si é immerso facendo uscire l'acqua; uscito l'alunno dal bidone abbiamo trovato il volume del vuoto che si era creato per l'uscita dell'acqua. Il maestro esternando soddisfazione ci disse bravi.

Finite le elementari volevo andare ancora a scuola, perciò con mia mamma, in bicicletta io sul tubo, l'unica bici che avevamo era da uomo ed era molto vecchia, andammo a Este per iscrivermi ad un corso professionale di meccanica che sarebbe durato 3 anni; arrivammo oltre il termine utile per l'iscrizione perciò non venni ammesso. Ci recammo alla scuola in ritardo per l'iscrizione perché aspettavamo l'assenso di mio padre che era emigrato in Etiopia per lavorare, ma la lettera arrivò 30 giorni dopo da quando l'aveva spedita. Quindi la scuola non mi prese ed io rimasi per la strada, almeno per tutto il tempo che non andavo con mia mamma a coltivare le barbabietole o il granoturco.

Molto tempo dei giorni liberi lo passavo nelle piccole officine (botteghe) di riparazione di biciclette di due miei amici del paese. Raggiunti i 14-15 anni mi misi alla ricerca di una officina che mi prendesse come apprendista ; a me piaceva fare il meccanico. Tante volte andai all'Utita di Este, alla Galileo di Battaglia Terme e alla Mazzucco di Bagnoli di Sopra ma nessuno mi prese. Continuai a frequentare quelle piccole officine di riparazione di biciclette. E' per questo, cari nipoti, che avete 2-3 bici ciascuno che io adesso da pensionato e per passare il tempo ho costruito con diversi pezzi di bici scassate che ho trovato abbandonate vicino ai cassonetti della spazzatura. Ritornando a dirvi del passato cioè della mia giovinezza, nel periodo estivo andavo come altri giovani e altri disoccupati anche con carichi di famiglia, a raccogliere i fiori di camomilla e altre erbe medicinali per guadagnare qualche lira.

Al tempo della raccolta del grano io e mia mamma andavamo alla meanda che ci occupava per 20-30 giorni, allora le donne e i ragazzi venivano pagati per quel lavoro, metà di un lavoratore uomo adulto, perciò io e mia mamma eravamo considerati una unità nella ripartizione del grano che spettava ai lavoratori meandini. La retribuzione ai lavoratori meandini quindi avveniva con una quota del grano raccolto ed era determinata in percentuale. II primo salario da me percepito è stato, la percentuale di grano pari al 14 per cento del grano raccolto e ciò è avvenuto nel 1940 che è stato il primo anno che ho partecipato al lavoro della meanda; negli anni precedenti, raccontavano i lavoratori anziani, la percentuale di grano che veniva data ai lavoratori era più bassa e variava tra il 10 e il 12 per cento; ho detto la percentuale che veniva data poiché durante il. fascismo i lavoratori non erano organizzati nel sindacato che li avesse difesi, lo scontento tra i lavoratori comunque esisteva e quello che era più importante cominciava a venire esternato e quindi iniziava la rivendicazione di una percentuale più alta; nel 1943 infatti la percentuale di grano per i lavoratori è stata del 19 per cento.

Tra il 1943 e il 1944 frequentai a Padova una scuola serale professionale triennale per ottenere la qualifica di aggiustatore meccanico, ero stato ammesso al 2° anno perché avevo frequentato a Monselice per alcuni anni una scuola di disegno meccanico con ottimo profitto. Gli esami alla scuola che stavo frequentando vennero in coincidenza con il lavoro della meanda ed io era stato avviato dall'ufficio di Collocamento come ragazzo (50 per cento dell'unità lavoro uomo). Presentandomi nell'azienda al capo meandini spiegai il mio impegno per la scuola e chiesi di poter lavorare quanto un uomo al mattino per potermi assentare al pomeriggio; il caposquadra non si espresse e nemmeno i diversi meandini presenti che avevano sentita la mia richiesta. Il padrone che era nelle vicinanze intervenne e mi disse: vedremo cosa saprai fare prima di accogliere la tua richiesta. Mi era venuta voglia di rispondergli che lui non c'entrava sul problema da me posto. I1 contratto di lavoro che regolava la meanda stabiliva che la mietitura e la trebbiatura del grano dovevano farla i lavoratori solidalmente tra di loro come avveniva la ripartizione del grano per la percentuale loro spettante. Quel giorno non si lavorò perché il terreno era bagnato per la pioggia caduta. Il mattino successivo, pensando che il terreno fosse ancora bagnato, andai a pescare nel fiume, perciò mi presentai al lavoro in ritardo; il padrone vistomi arrivare si avvicinò e mi disse: pretendi che ti venga considerata la giornata lavorandone metà e ti presenti adesso. Mettiti li disse indicandomi il grano da mietere e vedremo come farai a coprire il distacco che hai dall'ultimo mandino; che alla fine della fila dei meandini si vedeva a circa 100 metri di distanza (avevano iniziato il lavoro da circa un'ora). Presi il mio falcetto che avevo fatto bene affilare e mi misi di lena al lavoro. Nella tarda mattinata annullai il distacco che avevo dagli altri meandini; il padrone Gigio Cecchinello che con altri 3-4 fratelli conduceva in affitto l'azienda di circa 80 ettari mi avvicinò alla presenza del caposquadra e di altri meandini mi disse, con un certo sorriso che io capii fosse di soddisfazione "Ce l'hai fatta anche se non hai raccolto proprio bene tutto il grano; comunque credo che puoi andare a scuola nel pomeriggio."

Nel corso dei lavori di mietitura che duravano 10-12 giorni, per le strade che percorrevamo per andare al lavoro trovammo dei volantini nei quali si invitavano i meandini a chiedere un aumento della percentuale di grano (l'anno precedente -1943 - la percentuale percepita dai meandini era stata del 19 per cento) ci veniva suggerito di chiedere il 22 per cento. Eravamo nel giugno 1944 con tedeschi e fascisti molto presenti nella zona, anche il fronte della guerra e gli alleati si avvicinavano e si sapeva che nella zona erano presenti dei partigiani. Dopo la liberazione avvenuta il 25 aprile 1945 sapemmo che quei volantini erano stati stampati e diffusi dai partigiani. I volantini arrivarono anche nelle mani degli agrari. Nelle pause del lavoro di trebbiatura si discuteva tra di noi lavoratori sulla percentuale di grano che avremmo ricevuta, ma nessuno di noi si sarebbe azzardato di chiedere al padrone di avere una percentuale di grano maggiore rispetto all'anno prima che era stata del 19 per cento. Durante l'ora di merenda, di uno degli ultimi giorni di lavoro, il sig. Gigio Cecchínello si presentò a noi lavoratori con un foglio protocollo in cui era scritto. "Noi sottoscritti meandini chiediamo il 22 per cento del grano", ci disse: se volete il 22 per cento chiedetelo e ci invitò a firmare. Nessuno si faceva avanti per firmare, io avanzai e per primo firmai, dopo di me vennero gli altri. Dal 1944 e per alcuni anni prendemmo il 22 per cento della meanda. Durante i lavori di trebbiatura constatammo che eravamo poche persone per il buon funzionamento della trebbia, eravamo insufficienti di almeno 5-6 persone; discutemmo e venne deciso che ogni lavoratore (unità intera) doveva portare un famigliare donna o ragazzo per il tempo di lavoro proporzionato a quello che ogni lavoratore competeva; chi non aveva un famigliare da portare avrebbe contribuito in denaro.

Nel corso dei giorni di trebbiatura si verificò che circa metà dei componenti la squadra non poté portare un proprio famigliare o che lo portò per un numero di ore inferiore a quello che doveva. Allora avvenivano discussioni a non finire per trovare il sistema di pareggiare il tempo di lavoro dato dai singoli meandini con il proprio famigliare e io che ero stato incaricato dalla compagnia a tenere i conti dovetti sudare le classiche sette camicie per farlo capire; intervenne anche il padrone (il sig. Gigío), infatti un pomeriggio a causa di un forte temporale con molta pioggia ci riparammo nella vicina stalla, dove riprese la discussione per chiarire il problema, ma le mie spiegazioni non venivano comprese. Ricordo quell'anziano meandino (che era anche impegnato nella raccolta delle offerte in chiesa durante la messa) che credo mi volesse un po' di bene, scherzosamente disse: non vorrei caro bocia, (così mi chiamavano gli anziani della compagnia, poiché ero un po' mingherlino) che alla fine finissi con la testa tra le sberle (ceffoni). A quel punto intervenne il padrone il sig. Gigio, che un po' distaccato seguiva la discussione e disse rivolto ai meandini: zucconi non capite che il bocia e competente. Quella affermazione bastò per finire ogni discussione; tanto valeva la parola del padrone a quei tempi, in specie per i lavoratori che abitavano nelle case del padrone all'interno dell' aziende. Anche in quegli anni mio padre era a lavorare all'estero, era in Germania da dove tornò nell'agosto 1945. Nel 1940 mio padre spinto dal bisogno e dalle lusinghe della buona paga, perché era rimasto disoccupato; dopo il ritorno dall'Etiopia andò a lavorare in Albania dove rimase per 8-9 mesi.

Negli anni 1941 e '42 per alcune stagioni emigrò in Germania occupato in lavori agricoli stagionali. Voglio dirvi anche, cari nipoti, quale era la situazione dell'epoca sul piano della sicurezza sociale; cioè quali erano i diritti in caso di malattia ad esempio. Non c'era nessuna assistenza, (la mutua per i lavoratori agricoli venne istituita dopo il 1945) e questo fatto concorse a spingere mio padre all'ulteriore emigrazione.

Prima di partire mio padre disse alla mamma e a me: in posta abbiamo un risparmio derivato dal lavoro di 3 anni in Etiopia, di 17.500 lire e potremmo acquistare una casetta e un po' di terra, ma che sarebbe troppo poca per far fronte ad eventuali spese per malattia e di ricovero in ospedale, poiché non essendoci la mutua dovevi sostenere tutte le spese perché il Comune non sarebbe intervenuto finché avevi la casa. Mio padre ci fece questo ragionamento: mi sacrifico ancora un po', così dopo potremmo avere più terra, e potremmo far fronte anche ad eventuali disgrazie, malattie ecc.

Così partì per l'Albania e poi per la Germania da dove tornò come ho ricordato nell'agosto 1945. Il risparmio che era alla posta nel corso degli anni, con la guerra e la svalutazione si esaurì; con le ultime 5.000 lire comprai nei primi mesi del 1945 un copertone per la bicicletta. Io che ormai avevo 19 anni e non avevo mai trovato un lavoro stabile, mi ero dato da fare con la bicicletta per guadagnare qualche lira. Nell'estate andavo a raccogliere camomilla e altre erbe medicinali, nell'autunno a vendere frutta di famiglia in famiglia, nell'inverno a raccogliere il pelo di maiale, ferro vecchio, metalli, stracci. Tutto questo anche se l'idea e l'aspirazione di fare l'operaio meccanico non mi ha mai abbandonato. Infatti nel corso degli anni andai per 6-7 mesi a fare l'apprendista fabbro da un artigiano a Monselice, per altri 7-8 mesi in una officina di Bologna sfollata ad Arre, comune che dista da Pozzonovo 10 -12 chilometri.

Frequentai a Monselice per 5 anni per due volte alla settimana la scuola di disegno; presi la patente di guida perché avrei fatto anche l'autista. Lavorai come manovale nella costruzione della linea di elettrificazione della ferrovia Padova-Rovigo. Per alcuni mesi venni chiamato a lavorare in una piccola officina, il motivo venni a saperlo più avanti: quell'artigiano era il padre di una ragazza che si era innamorata di me. Tentai di fare il trattorista ma il piccolo imprenditore che mi mise alla prova mi fece guidare il trattore per un solo giorno, alla sera mi disse: mi dispiace, non hai ancora l'orecchio per regolare lo sforzo del trattore e non senti il motore quando batte in testa. I lavori che si presentavano periodicamente e che erano i più attesi anche se incerti e limitati nel tempo 15-20 giorni erano quelli della meanda, della coltivazione delle barbabietole che le aziende agricole davano con contratto della cointeressenza: la retribuzione avveniva in relazione alla quantità del prodotto e del suo prezzo e la suddivisione del ricavato tra azienda e lavoratore nella misura percentuale del 28-30 per cento per il lavoratore. E poi c'era il lavoro dello scarico delle barbabietole agli zuccherifici di Este e Stanghella e alcuni posti di lavoro all'interno degli zuccherifici per tutta la campagna saccarifera che durava 40-50 giorni, quest'ultimi posti venivano assegnati a lavoratori con carichi di famiglia numerosa in particolari condizioni gravi di bisogno.

Dall'ottobre 1944 al 25 aprile del 1945 (giorno della liberazione con l'arrivo anche nella nostra zona dell'esercito americano) tutti gli uomini dai 16 anni e oltre venimmo precettati dai tedeschi e dai fascisti e obbligati a scavare trincee e buche nella zona. 1 tedeschi preventivavano di costruire un fronte che fermasse l'avanzata dell'esercito alleato. Lo scopo prevalente era quello dì tenerci impegnati e quindi impedire o comunque limitare il costituirsi di gruppi dì giovani che non avevano risposto alla chiamata di prestare servizio militare sotto la repubblica fascista, potessero passare attivamente con i partigiani e quindi passare al sabotaggio delle forze armate tedesche occupanti e dei fascisti che erano al loro servizio.

Subito dopo la guerra si ricostituì la Organizzazione Sindacale la C.G.I.L. alla quale, secondo un accordo già avvenuto nell'Italia liberata aderivano le correnti che si richiamavano ai Partiti: comunista, socialista e democrazia cristiana che iniziò ad affrontare i problemi contrattuali deì lavoratori agricoli: salariati addetti al bestiame, salariati di campagna, degli obbligati; così si chiamavano i lavoratori agricoli che per la maggior parte abitavano nelle case delle aziende e nella grande maggioranza all'interno delle aziende stesse.

Essere qualificati come obbligati significava essere a disposizione dell'agrario per 300 giorni all'anno. Essere qualificati salariati bovai significava essere a disposizione dell'agrario tutti i giorni dell'anno e alla notte uno di loro doveva dormire nella stalla per vigilare ed eventualmente assistere il bestiame.

Il lavoro di bovaio consisteva, oltre al governo del bestiame che iniziava alle 3-4 del mattino quello di andare ad arare i terreni dalle ore 5-5,30 del mattino fino alle ore 10. In quell'epoca una buona parte dei terreni veniva ancora arata colbestiame. Avveniva nel modo seguente: 8-10 buoi, appaiati per due trainavano l'aratro che era regolato da un lavoratore al seguito camminando nel solco con le mani sull'aratro per tenerlo in linea e alla profondità indicata dall'agrario. Quei lavoratori stabilmente occupati nelle aziende, molti dei quali erano nati da padri che facevano lo stesso lavoro. Infatti non era raro che il figlio dei bovaio già a 10-11 anni veniva messo nella stalla a seguire i vitelli. II salario (paga) che ricevevano detti lavoratori, salariati e obbligati, era prevalentemente in natura: granoturco in prevalenza, per la polenta anche del grano veniva loro dato ma non molto, la legna da ardere nel focolare e qualche ettolitro di vino.

Nelle aziende venivano impiegati altri lavoratori cosiddetti avventizi che venivano chiamati quando ve ne era bisogno in specie per lavori stagionali o di punta, parte del terreno in particolare quello coltivato a barbabietola o a granoturco veniva dato a compartecipazione individuale (veniva chiamata cointeressenza) il contratto prevedeva che l'azienda affidasse un appezzamento di terreno: per consuetudine l'estensione del terreno era di un campo padovano (che è pari a 3.864 metri quadrati). Detto terreno era già seminato a cura dell'azienda; infatti al cointeressato l'assegnazione del terreno avviene quando le piantine della barbabietola o del granoturco erano ben evidenti, il compito dell'assegnatario era quello della diradatura delle piantine, della zappatura per tenere pulite le piante dalle erbacce Ciò fino alla maturazione del prodotto, quindi la raccolta dello stesso. Per le barbabietole consisteva nell'estrazione dal terreno, nel taglio delle foglie e nel carico delle barbabietole nei carri che le avrebbero trasportate allo zuccherificio. Per il granoturco consisteva nello staccare le pannocchie, caricarle nel carro dell'azienda che le trasportava nel cortile della stessa, nel trasferirle dal carro nella macchina per la sgranatura; quindi provvedere alla essiccazione del granoturco nell'aia dell'azienda.

La percentuale del prodotto spettante al lavoratore era del 28-30 per cento. Le giornate di lavoro previste occorrenti per la coltivazione da parte del lavoratore cointeressato erano 33 da uomo oppure 45 da donna o ragazzo; tale numero di giornate lavorative venivano attribuite ai fini delle assicurazioni sociali. Il problema molto importante che si presentava era quello del lavoro che non c'era per soddisfare la richiesta dei molti lavoratori disoccupati, ma anche una corretta regolamentazione nell'avviamento al lavoro dei singoli lavoratori perché avvenisse con giustizia ed equità, nonché per togliere ai padroni la libertà di scegliere a loro piacimento e quindi eserciate le odiose discriminazioni.

L'organizzazione Sindacale dei lavoratori oltre a rivendicare nuovi contratti di lavoro rivendicò e ottenne una legge che stabiliva il numero di giornate lavorative presumibili necessarie per la coltivazione delle aziende; venne chiamato imponibile di mano d'opera. Sono state necessarie numerose lotte: scioperi, manifestazioni per strappare quella conquista.

Detta legge stabili che fossero i prefetti che con propri decreti provinciali da emettere all'inizio dell'anno agrario stabilissero il numero delle giornate lavorative che le aziende avrebbero fatto lavorare nel corso dell'anno agrario che iniziava 1' 11 novembre e terminava il 10 novembre successivo. Le organizzazioni sindacali padronali soprattutto la Confagricoltura si opponevano con tutte le loro forze e mezzi affinché il decreto prefettizio venisse emanato il più tardi possibile e perché avesse previsto il più basso numero di giornate e ciò per continuare ad avere la libertà di assumere e di licenziare scegliendo e discriminando tra i molti lavoratori che cercavano il lavoro. 11 Decreto prefettizio e - la legge stabilivano inoltre che l'avviamento al lavoro e il numero di giornate da assegnare ai singoli lavoratori per l'intero anno agrario fosse fatto da una apposita Commissione comunale presieduta dal Sindaco del comune di cui facevano parte un rappresentante delle organizzazioni Sindacali dei lavoratori e dei. datori di lavoro nonché il collocatore comunale.

Mio padre dalla primavera del 19419 in qualità di bracciante avventizio era stato avviato al lavoro per 150 giornate da effettuare foro al 10 novembre in base al decreto prefettizio di imponibile di mano d'opera presso l'azienda Duse. Presso quell'azienda venne confermato di anno in anno fino al 1952 per il numero di giornate pressoché uguale. Quindi il reddito della nostra famiglia che allora era di 5 persone (mio fratello era nato nel dicembre 1935) era molto basso e incerto, non si soffriva la fame perché ci arrangiavamo andando a spigolare il grano, a raccogliere patate (quelle abbandonate sul terreno perché troppo piccole o con qualche difetto), a tagliare le canne del granoturco per raccogliere le pannocchie che per svista dei lavoratori erano rimaste sul campo, mio padre è andato perforo a spigolare il riso nel ferrarese.

Molte comunque erano le famiglie alla pari condizione della nostra. Chi aveva il grano e il granoturco in casa che bastasse per l'intero anno e allevava il maiale era considerato, non dico benestante, ma fortunato; io con la mia famiglia non avevamo quella condizione. Ma per farvi capire meglio, cari nipoti, qual'era lo stato di miseria in quell'epoca e qual'era la preoccupazione dei genitori per i propri figli vi voglio raccontare un fatto molto significativo da me vissuto. Avevo 20 anni mi ero fidanzato con una ragazza del paese, i genitori e i fratelli le imposero di rompere il fidanzamento perché io non avrei potuto assicurarle un granchè, dato che ero disoccupato e nullatenente. Loro, anche se erano una famiglia numerosa, ma avevano 3 ettari di terreno in affitto e quindi avevano la polenta, il pane e allevavano il maiale, si consideravano fortunati.

LA MALATTIA

Nel 1947, mentre ero alla meanda, venni colpito da pleurite una malattia abbastanza grave e molto frequente in quegli anni. Colpiva le persone più deboli e ciò avveniva nella maggior parte dei casi per le condizioni di vita in case malsane, ma soprattutto per 1' insufficiente nutrizione. Per fortuna la mia malattia rimase pleurite, ma tanti erano gli ammalati di TBC. Comunque mi feci oltre due mesi di ospedale a Monselice, posso dire di essere guarito o comunque di avere bloccato la malattia con il mangiare che, ogni mezzogiorno, mia sorella o mio fratello (percorrendo 14 Km) mi portavano da casa. L'ospedale forse non aveva i mezzi. Si mangiava poco e cibo poco sostanzioso.

Mi ricordo che una sera a cena verso le ore 18, in piena estate, mi venne portato il cosiddetto secondo piatto e consisteva in una fettina di mortadella dal diametro di 10-12 centimetri che per la sua sottigliezza, seduto sul letto com'ero, ancora non potevo alzarmi, mi misi a guardare il sole attraverso la fettina di mortadella: a quella prova visiva chiamai la suora, che mi rispose: "tu sei fortunato perché il mangiare te lo portano da casa". Ma anche le medicine erano poche, in 70 giorni di ricovero mi fecero solo 8 iniezioni endovenose di calcio e una fialetta al giorno; anzi un giorno l'infermiere che faceva le iniezioni da me non venne, perciò chiamai la suora che mi rispose che avrebbe cercato qualcosa anche per me.

Voglio ancora ricordare quello che capitò ad un mio coetaneo che rimase in ospedale 6-7 mesi e mai guariva, anzi credo che sarebbe morto se i suoi 4 fratelli non avessero messo alle strette il medico primario. Dopo quel passo dei 4 fratelli, nel giro di alcune settimane, il mio coetaneo si avviò alla guarigione. I1 primario gli aveva procurato la penicillina che allora era appena stata scoperta, ma costava moltissimo. Io invece venni dimesso dopo 70 giorni ma la convalescenza durò un anno durante il quale prendevo sempre medicine che per fortuna mi venivano passate dal comune.

Il Sindaco era un socialista già perseguitato, incarcerato e mandato per 5 anni al confino durante il fascismo. La Cassa Mutua non mi assisteva perché non avevo la copertura assicurativa, il Consorzio antitubercolare nemmeno perché sostenne che la malattia non era di natura tubercolare, quindi dal settembre 1947 all'agosto 1948 dovetti fare un severo riposo e vita molto ritirata, alla sera poco dopo il calare del sole andavo a letto e al mattino mi alzavo abbastanza presto "a respirare l'aria buona" mi diceva mia mamma.

Nel corso della primavera del 1948 venni ospitato per un mese da un mio cugino ferroviere sul lago Maggiore per cambiare aria. Quell'anno non mi arrischiai nemmeno di fare la meanda poiché era un lavoro abbastanza faticoso. Ad agosto chiesi alla Camera del Lavoro - allora fungeva anche da ufficio di collocamento - di essere avviato al lavoro per la stagione saccarifera presso uno zuccherificio della zona. In una drammatica riunione alla Camera del Lavoro di Pozzonovo in cui veniva deciso chi avviare al lavoro per quei 40-45 venni scelto tra le decine di disoccupati che chiedevano quel lavoro. Allo zuccherificio di Este mi diedero una scopa e una pala per tenere pulite le corsie, percorse dai carri trainati da cavalli, parallele alle vasche dove venivano scaricate le barbabietole.

LOTTE PER IL LAVORO

Dopo quella drammatica riunione cominciai a partecipare alle riunioni e alle assemblee che si svolgevano alla Camera del Lavoro sia per il rinnovo dei contratti dei lavoratori agricoli: bovai, salariati, obbligati, ecc., ma anche sul problema della ricerca del lavoro per le decine e decine di disoccupati. Lavoro che nell'immediato si poteva cercare solo nella terra migliorando il fondo e variando le colture, passando dalle estensive (cerealicole) alle intensive (vigneto, frutteto, ortaggi e altre colture possibili), poiché c'era anche l'acqua dei fiumi Adige, Gorzone, ecc. che poteva essere utilizzata per l'irrigazione, mentre era lasciata scorrere verso il mare, e gli stessi fumi lasciati nell'abbandono al punto da costituire un pericolo per le eventuali rotture degli argini.

A dibattere questi problemi nella ricerca del lavoro fu coinvolta tutta la popolazione che partecipò con convinzione. L'organizzazione sindacale sia a livello nazionale che provinciale portava avanti la sua azione per il lavoro sia per il rinnovo dei contratti e per il miglioramento dell'assistenza e della previdenza. Nel meridione d'Italia continuava la lotta per la terra, per la messa a coltura del latifondo che veniva lasciato incolto o tutt'al più a pascolo.

Provincialmente veniva sollecitata l'emissione del decreto di imponibile di mano d'opera che tardava a venire ed inoltre veniva richiesto un imponibile di mano d'opera straordinario per il miglioramento dei terreni che avrebbe dovuto essere a carico dei proprietari delle grandi aziende; la richiesta era di 3-4 giornate per ettaro che potevano dare avvio alla sistemazione - livellamento del terreno ancora sconnesso perché così lasciato dagli anni 1930­40 quando avvenne l'escavazione delle bonifiche per il deflusso delle acque stagnati che rendevano ampie superfici paludose e improduttive. Quindi il completamento delle opere di bonifica con adeguati scavi di scolo per rendere più produttivo il terreno.

Da parte dell'organizzazione padronale, invece, veniva esercitata la massima pressione sul Prefetto perché non emettesse il Decreto di imponibile di mano d'opera come stabilito dalla legge n. 929 del 16.09.1947 e c'era il rifiuto di trattare sul problema dei lavori per le migliorie dei terreni scarsamente produttivi per le ragioni sopra descritte.

Nel nostro comune, Pozzonovo, la resistenza padronale era ancora più forte e si manifestò principalmente in due modi. Da parte dei proprietari con la cessione in fitto delle loro aziende e con la decisione dei fittavoli subentrati di trasformare il rapporto di lavoro con i propri dipendenti, cioè farli diventare compartecipanti. Il che significava grandi vantaggi economici per i padroni e quindi un peggioramento delle condizioni dei lavoratori per la minore retribuzione che sarebbe derivata e commisurata alla compartecipazione sul raccolto: ma oltre a questo, l'obbiettivo degli agrari era quello di far lavorare nelle loro aziende un ristretto numero di lavoratori e dei loro famîgliari (infatti gli agrari avrebbero voluto dare tanta terra a pochi lavoratori i quali sarebbero stati costretti ad impegnare anche i propri famigliari con un contratto di compartecipazione famigliare). Gli agrari con tale contratto avrebbero pagato meno contributi previdenziali e i lavoratori avrebbero perso gli assegni famigliari. Il padronato voleva così azzerare molte conquiste dei lavoratori, la meanda in primo luogo, ma anche la cointeressenza. Conseguentemente avveniva la perdita di possibilità di lavoro e di guadagno per decine di lavoratori e di famiglie che con quei lavori stagionali potevano tirare avanti. Lo scontro tra lavoratori e padronato agrario si presentava ancora più duro nella imminente primavera del 1949. Vi era la necessità di coinvolgere tutti i lavoratori della terra per piegare gli agrari alla trattativa per il rinnovo dei contratti e altre rivendicazioni. Infatti venne proclamato lo sciopero nazionale che sarebbe iniziato il 16 maggio. Per la riuscita dello sciopero si cominciò a fare riunioni, comizi, ecc. fin dai primi giorni di aprile. Io venni nominato capo-lega dei braccianti e salariati del comune ai primi di aprile. Ma già ero impegnato tutto il giorno e soprattutto nelle riunioni serali di contrada o di caseggiato. In preparazione di quello sciopero, la Camera del Lavoro di Padova, al fine di poter parlare e convincere i lavoratori occupati stabilmente nelle aziende - bovai, salariati, obbligati, ecc. - mandò da Padova due operai, che in bicicletta e con un quantitativo di scarpe, fingendosi venditori ambulanti, andavano nelle case dei lavoratori per convincerli a fare sciopero. A noi attivisti sindacali era difficile entrare nelle aziende e c'era sempre il rischio di una denuncia per violazione di proprietà privata che gli agrari erano sempre pronti a farci; quindi c'era sempre il pericolo di essere chiamati in caserma dai carabinieri e anche arrestati magari per denuncie fasulle che in quei tempi venivano facilmente fatte direttamente dagli agrari e dai loro servitori provocatori. Infatti voglio dirvi di quel 24 aprile 1949, circa 20 giorni dopo la mia nomina a capo-lega, venni prelevato dai carabinieri, alle 5 del mattino, e assieme ad altri 4 lavoratori, portato in carcere a Padova per una assurda accusa fatta da un fanatico del paese, accusa infondata dichiarata tale al processo che ci mandò tutti assolti, ma dopo 20 giorni di carcere. La montatura e l'arresto in effetti avvenne per intimidire i lavoratori che si preparavano a scendere in sciopero generale nazionale per il 16 maggio.

L'esperienza del carcere non ci fiaccò e all'uscita riprendemmo l'attività nel Sindacato. Alla Camera del Lavoro nel mese di maggio e fino a metà giugno c'era molto lavoro organizzativo: si dovevano formare le squadre dei lavoratori che chiedevano di fare la meanda e le difficoltà non mancavano perché i lavoratori erano molti e i campi di grano, dichiarati dalle aziende, erano limitati e quindi la selezione dei lavoratori da avviare era difficile, perché si doveva valutare lo stato di bisogno che c'era in ogni famiglia, sia pure in maniera differente. Ma quanto era difficile avvicinarsi all'equità nella ripartizione di quel po' di lavoro.

Si decise di fare due categorie di lavoratori i più e i meno bisognosi. Ai più bisognosi venne deciso di assegnare 5.000 metri quadrati di grano per meandino, agli altri 3.000 metri quadrati di grano. Il risultato fu che i primi guadagnarono mediamente 4,20 quintali di grano in 20-25 giorni di lavoro; gli altri lavoratori quelli ritenuti meno bisognosi guadagnarono mediamente 2,50 quintali di grano lavorando 15-18 giorni. Questo grano che entrava nelle famiglie dava una certa tranquillità perché almeno era assicurato il pane per un certo periodo dell'anno. Il grano, infatti, veniva custodito in sacchi di 90-100 chilogrammi negli angoli della stanza del letto o a fianco del letto sul quale si appoggiava la candela da accendere di notte in caso di bisogno. C'erano anche lavoratori che il grano lo dovevano portare direttamente al bottegaio per saldare i debiti accumulati per la fornitura di cibi ricevuti a credito.

Quell'anno ebbi il primo grande atto di riconoscenza dai lavoratori dell'azienda Vai Prà; ero stato avviato quale meandino in quell'azienda e quei lavoratori mi esonerarono dal lavoro perché mi dissero: "tu devi seguire il lavoro della lega". Quando avvenne la suddivisione del grano nell'aia dell'azienda fui invitato a ritirare la mia quota di grano; quella è stata la prima paga che ho ricevuto per l'impegno sindacale poiché altra disponibilità finanziaria non c'era o era molto limitata. Allora il sostentamento del sindacato avveniva con raccolta mensile di un contributo che si aggirava sullo 0,50-0,40 per cento del salario da parte degli iscritti.

La raccolta veniva fatta da un lavoratore volonteroso e coraggioso perché fare l'attivista significava correre il rischio di essere perseguitato dall'agrario. Quanto si riusciva a mettere insieme non bastava per pagare le spese correnti: affitto delle sedi, telefono, luce, manifesti, volantini, spese di trasporto, ecc. Mi ricordo che una volta appena uscito dal carcere di Padova (dico una volta perché, come leggerete in questi miei ricordi, in prigione mi ci hanno messo più volte anche se non sono mai stato condannato e, certamente non per errori giudiziari; perseguitando me volevano fiaccare ilmovimento di lotta dei lavoratori) mi sono recato alla Camera del Lavoro per telefonare a Pozzonovo per informare che ero stato scarcerato; ma non si è potuto telefonare perché i fili del telefono erano stati tagliati perché la Camera del Lavoro non aveva i soldi per pagare la bolletta del canone.

Voglio anche ricordare con dolore e ammirazione per lo spirito di sacrificio che dimostrava il compagno Visentin Giovanni, segretario della Federbraccianti provinciale che mori sulla strada verso Padova per incidente; era in moto una sera d'inverno carica di nebbia che stava ritornando a Padova. Morì un quarto d'ora dopo che ci aveva lasciati da una riunione a Pozzonovo.

II problema di avere un lavoro assillava buona parte dei lavoratori di Pozzonovo (come avveniva del resto negli altri comuni della bassa padovana, ma io qui voglio raccontare quella che era la situazione di Pozzonovo) vi erano decine e decine di disoccupati per buona parte dell'anno ed era nostra convinzione che la possibilità di avere un po' di lavoro c'era e poteva venire anche da una migliore coltivazione dei terreni delle grandi aziende esistenti nel comune.

Decine di lavoratori erano costretti all'emigrazione che allora veniva proposta verso la Francia per lavori stagionali nell'agricoltura; diversi lavoratori tentarono l'emigrazione nelle miniere del Belgio. Molte ragazze e donne andavano a fare la stagione della monda del riso, 40-50 giorni di lavoro in Piemonte e in Lombardia. Le condizioni di lavoro e di vita delle mondine vi consiglio di conoscerle attraverso la visione del film"Riso Amaro" (potete anche chiederlo alla nonna dato che lei ha fatto la mondina per 8-9 stagioni). Ma la profonda aspirazione di quelle persone costrette ad emigrare era quella di restare nelle loro famiglie e per questo si batterono con grandiose lotte e sacrifici, sopportando angherie e soprusi di ogni genere: intimidazioni, repressioni, perquisizioni nelle case, denunce e processi e anche il carcere.

Quello che dovemmo subire è descritto nell'articolo del giornale "il Lavoratore" del 1 ° di aprile 1950, la cui fotocopia è riportata nelle prossime pagine. A quanto detto nel giornale occorre aggiungere che, nel corso delle perquisizione nella mia abitazione, arrestarono mia madre con l'imputazione di violenza fatta ai poliziotti che avevano invaso la casa; uno di questi aveva gettato per terra la tovaglia stesa sopra la tavola facendo cadere un piatto di fagioli che mia mamma stava selezionando per non cuocere assieme a quelli sani, anche quelli che avevano l'insetto. Mia mamma fu rinchiusa nelle carceri di Padova per 40 giorni e quindi processata e condannata a 10 mesi con la condizionale.

Dopo quelle perquisizioni e l'arresto di mia madre i carabinieri e i poliziotti arrivarono nella piazza del paese e arrestarono me e il vice Sindaco, il compagno Brunello Gianni e altri che non ricordo. Tutti fummo rinchiusi nelle carceri di Padova. Brunello fu rilasciato dopo 8-10 giorni, io invece fui trattenuto per 35 giorni finchè al processo fu accertato che non avevo commesso alcun reato.

Era facilmente comprensibile per tutti i lavoratori ma anche per bottegai, piccoli artigiani che se fosse passata la volontà degli agrari sarebbero diminuite le possibilità di lavoro per molti lavoratori uomini e donne e in particolare per gli avventizi che venivano avviati in base alle giornate lavorative derivanti dell'imponibile di mano d'opera; per molti altri lavoratori in particolare le donne che stagionalmente prendevano a cointeressenza la coltivazione delle barbabietole e del granoturco; per tutti quei lavoratori che facevano la meanda. Per i lavoratori invece che sarebbero rimasti nelle aziende le condizioni sarebbero di molto peggiorate sia per il maggior lavoro che dovevano fare, quindi avrebbero dovuto portare in aiuto i propri famigliari, sia per la retribuzione che col contratto di compartecipazione avveniva con una parte dei prodotti e nella troppo bassa misura del 35-37 per cento, retribuzione che sarebbe risultata di molto inferiore rispetto alle retribuzioni stabilite dai contratti vigenti per i lavoratori dipendenti.

Gli agrari comunque perseguirono nella loro azione per imporre la compartecipazione e in diverse aziende vi riuscirono. La lotta più dura e più lunga venne sostenuta, per difendere ill loro diritto stabilito dal contratto di lavoro, dai lavoratori dell'azienda Val Prà dove il padrone mise in atto tutte le prepotenze fino a non far lavorare e tanto meno a retribuire quei lavoratori che per contratto avevano diritto di restare salariati e obbligati e non subire la volontà dell'agrario di diventare compartecipanti. La lotta durò oltre un anno, finchè durò il contratto, dopo di che s'impose la volontà dell'agrario e le famiglie di quei lavoratori dovettero emigrare: alcune in Piemonte altre in Emilia e altrove. La lotta quindi continuava su più fronti: gli occupati per il rinnovo dei contratti, per l'imponibile di mano d'opera, per l'aumento degli assegni famigliari, per una migliore assistenza di malattia, ecc. i disoccupati lottavano per il lavoro.

Ricordo che a Monselice un nutrito gruppo di disoccupati, fra i quali vi erano anche tecnici, iniziarono l'allargamento della strada statale n° 16, consistente nell'asportare terra per circa due metri dalla scarpata dell'argine contiguo alla strada ed erigendo successivamente un muretto con le pietre di trachite escavate dai colli Euganei per portare l'argine alla resistenza di prima ma ottenendo l'allargamento della sede stradale: allora era l'unica strada di grande scorrimento che congiungeva Padova con Rovigo, Este, Montagnana.

A Pozzonovo vennero individuate le aziende i cui terreni presentavano necessità di sistemazione idraulica e di livellamento. Erano le aziende denominate: la Grimana condotta in affitto dai fratelli Capuzzo, la Casetta condotta in affitto dai fratelli Pinton, i Dossi condotta in affitto dai fratelli Cavallaro, Val Corba condotta dal proprietario Conte Duse, Cà Giovanelli condotta dal proprietario Cappellini. Vaste aree del terreno di queste aziende fino agli anni 1930-40 erano sommerse dalle acque stagnanti e quindi erano quasi paludi e improduttive.

Negli anni `30 a spese dello Stato, quindi della collettività, vennero scavati dei canali per lo scolo delle acque che vennero convogliate all'idrovora costruita appositamente in località Cà Giovanelli con la quale l'acqua proveniente da quei terreni veniva trasferita nel fiume Gorzone e da li scorreva verso il mare. I proprietari di quelle aziende divennero i grandi beneficiari di quelle opere di bonifca,ma poi si sono sempre limitati a riscuotere l'affitto e a raccogliere il raccolto che veniva, senza provvedere al completamento e alla sistemazione fondiaria di livellamento e di canalizzazione con adeguati piccoli scoli-fossati e scoline.

Quei terreni sarebbero divenuti molto produttivi perché di natura sono fertili in un clima ideale come il nostro; invece erano rimasti improduttivi o quasi per le montagnole (cumuli) di terra proveniente dalla escavazione dei canali di bonifica, che erano rimaste lungo i canali stessi, sopra altro terreno coltivabile. Mancando queste opere secondarie -di miglioria fondiaria- si verificavano grandi perdite di raccolto, sia perché la produzione media era molto più bassa, sia per la mancata produzione che si verificava in vaste aree limitrofe perché le acque primaverili non defluendo stazionavano sul terreno.

Quindi mentre in sede provinciale veniva portata avanti l'azione per ottenere un accordo o un decreto d'imponibile per quei lavori straordinari di sistemazione e miglioramento fondiario che dovevano essere a carico dei proprietari dei terreni; noi a Pozzonovo, come in altri comuni della bassa padovana, iniziammo uno sciopero a rovescio andando a eseguire quei lavori. Lo sciopero a rovescio scatenò tutta la rabbia dell'agraria padovana ed ebbe l'appoggio del governo che impiegò le forze di polizia e i carabinieri per perseguire quei lavoratori disoccupati che si erano macchiati del reato di invasione dei terreni sernincolti ma di proprietà di lor signori.

I lavoratori partecipanti a quello sciopero erano la quasi totalità dei disoccupati residenti nel comune. Lo sciopero iniziò a cavallo dei mesi di novembre -dicembre del 1949, quando il terreno da bonificare o livellare era nudo, e durò fino ai primi di marzo del `50 quando venne il tempo delle semine delle barbabietole e granoturco in particolare. Vennero formate squadre di 20-30 e anche più lavoratori disoccupati che dotati dei loro attrezzi di lavoro: vanghe, cariole, ecc. andarono nelle aziende: Grimana, Casette, Cà Giovanelli, Dossi e Val Corba per eseguire come in effetti hanno eseguito quei lavori più volte citati.

Infatti le ore lavorate da uomini, donne e ragazzi nelle succitate aziende sono state:

Azienda

 

Ore lavorate

 

Partecipanti

uomini

Partecipanti

Donne e ragazzi

Grimana

6231

151

32

Casetta

2670

106

28

Cà Giovanelli

957

24

9

Dossi

1310

52

14

Val Corba

3500

138

29

Quel lavoro anche se considerato utile e necessario, purtroppo non è mai stato retribuito e non si è svolto tranquillamente, anzi venne considerato un reato dalle autorità di Governo.

Perciò i lavoratori venivano perseguitati, inseguiti nei luoghi di lavoro (di sciopero), si dovevano allontanare per non essere arrestati sul posto del "reato". Successivamente venivano ricercati, arrestati, picchiati e incarcerati. Moltissime furono le condanne e anche molto sproporzionate come ad esempio per l'episodio dell'agrario Cappellini. (Vedi sentenze nelle pagine seguenti)

Questo agrario, che proveniva dalla provincia di Rovigo, venne accolto, nei pressi dell'azienda sita in frazione di Stroppare e sulla strada comunale, da una manifestazione promossa da quei lavoratori che avevano partecipato ai lavori di miglioria dei terreni di proprietà di Cappellini e che richiedevano il riconoscimento con una retribuzione sia pure simbolica.

Alla manifestazione erano presenti quasi tutti coloro che avevano partecipato allo sciopero al rovescio, erano circa 150 tra uomini, donne e ragazzi. L'agrario Cappellini forse riconoscendo l'utilità dei lavori fatti nella sua azienda e su consiglio dei cognati Quaglio anche loro proprietari di terreni contigui dell'azienda del Cappellini, diede 30.000 lire.

Sempre sulla strada che percorre sulla mezzana dell'argine del fiume Gorzone, ne seguì una discussione e qualche spintone; il Cappellini scivolò sulla scarpata della strada verso la campagna e si procurò qualche escoriazione. A quei fatti seguirono arresti indiscriminati, compreso il mio (non avevo nemmeno fatto in tempo di arrivare sul posto). Venimmo imprigionati e trattenuti in carcere per diversi giorni e al processo ci furono molte e pesanti condanne.

Quell'inverno e primavera tra il 1949-50 furono mesi di lotte di braccianti e disoccupati e di repressioni da parte della forze di polizia.

I partecipanti allo sciopero poiché erano nelle aziende venivano inseguiti dai carabinieri e dai poliziotti e quando venivano raggiunti venivano arrestati per violazione di proprietà privata. Il trattamento che ricevevano era quello riferito da uno dei partecipanti a quelle lotte Nicola Buratto detto Neno: "ne hanno caricato un camion quella volta di braccianti.

Eravamo dal Duse per le migliorie. E scappavamo sempre. E allora quella mattina ho detto ma che "Dio bono", dobbiamo proprio sempre scappare che tanto è sempre lo stesso. Loro (i carabinieri) dieci undici ne prendevano sempre lo stesso. "Fermi tutti là, via tutti che piazzo la mitraglia" dice il maresciallo di Stanghella. "Va beh! Andiamo via". Non potevo mica fare resistenza. E ci mettiamo lungo il trame, tutti in fila indiana. "Dio bono" ! non c'è mica un carabiniere che ci aspetta. "Contane undici" dice il maresciallo. Come se fossero tedeschi, "Dio bono" ! Undici in camion e via a Padova. E dopo hanno fatto il processo, dopo due o tre anni. Ci hanno condannati a ventimila lire e venti giorni di reclusione. Io mi sono preso quattro papavere quella volta a Stanghella, prima di portarci in prigione a Padova. Siccome eravamo in undici e il maresciallo ci interrogava due alla volta, me mi hanno tenuto per ultimo. Ora "Dio bono" ! non mi viene di dietro e voleva sapere chi che ci manda (a fare le migliorie) "chi che ci manda? Ho risposto - noialtri ne manda". E allora mi ha detto (ah figghio ), in napoletano. E mi ha dato sti quattro pugnasse e si è messo a tironarmi". (Nicola Buratto detto Neno). Un altro episodio riferito dal Buratto accadutogli assieme a suo zio Generoso. " Una volta io ero alle migliorie in Grimana, vicino a Pinton in mezzo campagna. E come ogni mattina, ad una certa ora arrivano i caramba (carabinieri).

Noi siamo al ponte, io e mio barrba (zio) Generoso; e diciamo : camminiamo lungo la bonifichetta che là c'è il ponte ! (e possiamo scappare).

Di dietro abbiamo un carabiniere; "fermatevi, fermatevi, grida". "Vieni avanti tu - ci dico- non ho mica bisogno di fermarmi io". Per di là attraverso la terra, ne arriva un altro che va per chiuderci e dico a mio zio, perché mio barba perdeva il fiato con l'asma: " calmo che quello non fa ora ad arrivare prima di noi al ponte. Arriviamo al ponte prima di lui". Su quella terra aveva cominciato a ghiacciare. "Dio bono" ! sono a circa venti metri dal ponte. E non mi accorgo che sopra la muretta c'è una canna di moschetto "orpo!" dico " Barba varda che el se sconto drio la muretta! Ci aspettano li loro". Ormai ci avevano chiuso. Dentro la bonifica c'era tutta ghiacciarella. Sull'altra sponda c'è tutta sassaia (la riva non di terra, ma fatta con cemento e trachite, quindi molto scivolosa).

Tento di attraversare il canale, ma con le sgalmàre (scarpe con la suola di legno) correvo sempre dentro. Allora quelli del ponte correvano per prenderci. Ma mi è riuscito. Ho mangiato l'erba per uscire, sono andato su tutto bagnato. Mio barba invece l'hanno portato in garage (cioè in carcere), che ansimava come una bestia. Per i soliti undici giorni. (Nicola Buratto detto Neno). Le sopradescritte testimonianze sono state rese a Tiziano Merlin già pubblicate su: 90 anni di Camera del Lavoro a Padova.

Un altro episodio devo ricordare: nel proseguo di una manifestazione che si svolgeva nella piazza del comune, i partecipanti si recarono nei pressi dell'abitazione dell'agrario Pinton perché intervenisse presso il proprietario dell'azienda "La Casetta"che conduceva in affitto affinché riconoscesse l'utilità dei lavori di miglioria fatti dagli scioperanti. Come già ricordato, i lavori di miglioria dovevano essere a carico della proprietà; la moglie del Pinton reagì sparando contro i manifestanti e una pallottola di rimbalzo colpì alla coscia una lavoratrice. Io che mi trovavo nella sede della Camera del lavoro che distava a poco più di 100 metri venni informato e subito presi la moto e con un lavoratore partimmo per recarci a Padova per informare dell'accaduto. Nel tratto di strada da Pozzonovo verso Monselice incontrammo la camionetta dei carabinieri, che invertendo la corsa ci raggiunse poco dopo, ci fermarono ai margini della strada, il capitano che aprì lo sportello mi invitò a salire; quindi venni arrestato e rinchiuso nelle carceri di Monselice per 7 giorni.

Nella camionetta oltre al capitano c'erano il brigadiere di Monselice e due anziani carabinieri. Quei due appuntati, nel percorso di alcuni chilometri per arrivare alla caserma, sottovoce mi informarono che era stato il brigadiere ad indicarmi al capitano che stavo transitando in moto; nel mio animo apprezzai molto quella informazione poiché l'ho considerata un atto di solidarietà di quei due anziani carabinieri. A questo punto, cari nipoti vi voglio confessare che io non ho mai odiato o ritenuto responsabili quei carabinieri o poliziotti che mi arrestavano e a volte hanno percosso con manganellate i lavoratori che manifestavano per la conquista di migliori condizioni di vita o per la difesa dei propri diritti; quei poliziotti e carabinieri erano comandati dai governanti di allora.

Avevo sempre in mente che quei poliziotti provenienti per lo più dal meridione d'Italia ed erano anch'essi lavoratori o figli di lavoratori che nel sud d'Italia e nelle isole combattevano come noi per il lavoro e per avere la terra che i grandi latifondisti lasciavano incolta. Prima di passare a descrivere le memorie successiva alle lotte e avvenimenti finora ricordati devo dirvi ancora due fatti molto significativi per farvi comprendere meglio quanto duro è stato lo scontro tra noi lavoratori e gli agrari che erano sostenuti dal governo di allora. Il primo fatto e descritto nell'articolo del giornale "Il Lavoratore" del 18 giugno 1949 che qui di seguito riproduco in fotocopia.

L'altro fatto riguarda me e la mia famiglia; mio padre, come diversi altri lavoratori già da diversi anni veniva avviato al lavoro con l'imponibile di mano d'opera per 140-150 giornate di lavoro all'anno presso l'azienda del conte Duse. La commissione paritetica presieduta dal Sindaco e i componenti erano un rappresentante dei sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro e dell'ufficio di collocamento.

All'inizio del 1952 il conte Duse con una lettera chiese alla commissione di non avere tra i lavoratori che sarebbero stati avviati presso la sua azienda Trovò Marsiglio, senza specificare nessun motivo, infatti motivi non ne poteva avere, se non quello che Trovò Marsiglio era mio padre. Io facevo parte della commissione e contestai quel licenziamento che non aveva alcuna valida ragione, qualche altro della commissione si dichiarava favorevole allo spostamento di mio padre in qualche altra azienda, così si poteva accogliere la richiesta del conte senza alcun danno per mio padre. Io sostenni che quella pretesa del conte era una discriminazione politica che ledeva i diritti di tutti i lavoratori e quindi non doveva essere accolta. Ci fu discussione e alla fine anche il rappresentante degli agricoltori accettò che la richiesta del conte non venisse accolta. E anche se lui si astenne dalla votazione affermò: Trovò Marsiglio è stato un mio dipendente ed è un bravo lavoratore e aggiunse: se io avessi un posto lo prenderei volentieri. Aveva implicitamente ammesso che il conte Duse voleva licenziare Trovò Marsiglio solo perché era il padre del capo-lega.

Per quell'anno mio padre come gli anni precedenti andò a lavorare 150 giornate nell'azienda del conte Duse. L'anno successivo primavera del 1953, il Decreto di imponibile di mano d'opera tardò di venire emesso e quindi i lavori primaverili nei campi venivano iniziati e di norma i lavoratori che erano stati dipendenti l'anno prima si presentavano al lavoro, il numero delle giornate attribuite ad ogni singolo lavoratore sarebbe avvenuto appena il decreto prefettizio fosse stato emesso.

Mio padre si presentò assieme ai suoi compagni di lavoro, come era avvenuto per i 5 - anni precedenti. II fattore dirigente dell'azienda comunicò a mio padre che il conte aveva dato disposizioni che lui non venisse fatto lavorare. Mio padre convinto del suo buon diritto, perché nulla era intervenuto sia nelle condizioni economiche sia nei rapporti con l'azienda e certamente la commissione del collocamento l'avrebbe avviato assegnandoli le consuete 140-150 giornate di lavoro, lavorò assieme e nella squadra dei lavoratori per ben 13 giorni; lui però la busta paga non la ricevette per ben tre volte, dopo di che decise di emigrare. Io in quel periodo ero per due mesi alla scuola dell'INCA CGIL a Roma per un corso di apprendimento poiché dall'ottobre '52 ero stato chiamato a lavorare all'INCA di Padova.

Mio padre mi informò di quanto gli stava succedendo e che aveva deciso di emigrare in Piemonte, dove già c'erano mia sorella e mio fratello. Io ritornai dal corso e feci tempo di restare con papà e mamma appena un giorno, poiché loro dovettero caricare su un camioncino le poche cose e partire per il Piemonte in provincia di Novara ad Invorio, un bel paese sopra il lago Maggiore; loro però avevano affittate due stanze in una vecchia casa in mezzo ai boschi, comunque si riunivano ai miei fratelli che essendo ancora giovani vivevano da alcuni mesi in quei luoghi assieme ad altri coetanei nostri cugini. Quello che avvenne a Pozzonovo in quei ultimi anni ve lo posso dire in poche parole. Gli agrari avevano vinto e moltissimi lavoratori che avevano lottato per il lavoro dove erano nati sono dovuti emigrare; chi in Piemonte, chi in Lombardia o in Emilia. Il comune si è semispopolato. Quelle lotte comunque non furono inutili. Condivido quanto ha dichiarato l' On. Amendola e riportato dal giornale "II Lavoratore" del 6 gennaio 1951 riprodotto nelle pagine seguenti.

Voglio dirvi anche della prepotenza fatta alla nostra organizzazione con lo sfratto dalla sede della Camera dei Lavoro avvenuto senza motivo e senza preavviso. E' accaduto così: un martedì mattina arriva la polizia e porta sulla strada quanto c'era nella sede: 3-4 sedie, un tavolo e un armadio; e inchiodano all'esterno la porta delle nostra sede. Era costituita da una unica stanza per complessivi 20 metri quadrati circa di proprietà del comune.

Allora il comune non era più amministrato dalla sinistra. Io ero all'INCA di Padova da alcuni mesi. Quella mattina verso le 11 arriva a Padova il capo-lega che mi aveva sostituito per dirmi quanto era avvenuto a Pozzonovo. Decidemmo di ritornare subito a Pozzonovo. Lui col suo motorino come era venuto, io con la corriera e alle 13 ci saremmo trovati da mio zio Suero. Discutemmo qualche minuto con mio zio, che era un vecchio socialista ma sempre interessato al nostro movimento e alle nostre lotte. Lui antifascista come era, durante il fascismo ha dovuto emigrare in Francia. E subito da lui ci venne la proposta di costruire, nel suo piccolo e unico appezzamento di terra la sede della Camera del Lavoro. In quel pomeriggio organizzammo per la stessa sera una assemblea dei lavoratori aperta ai cittadini. I partecipanti a quell'assemblea condannarono lo sfratto e condivisero con noi che il modo di dare la giusta risposta era quello di costruirsi una nostra sede.

Moltissimi si impegnarono a contribuire e di venire a lavorare nella costruzione. 11 mattino successivo cominciammo a procurare il materiale; in pratica si è trattato di predisporre sul terreno di mio zio uno spazio per dare modo ai lavoratori e cittadini che anche con la propria cariola portavano i sassi e i mezzi mattoni che avevano raccolto nei dintorni delle proprie abitazioni; quindi procurammo la calce e un po' di cemento, così la domenica mattina cominciarono i lavori. Dato il numero di lavoratori che si sono presentati, nel corso della mattinata e per alcune ore del primo pomeriggio potemmo escavare e gettare la fondazione e il pavimento di quella che sarebbe stata la sede della nostra Camera del Lavoro; ricordo che fra fondazione perimetrale e pavimento vennero gettati ben 15 metri cubi di materiale costituenti la base del fabbricato che aveva la superficie di 80 metri quadrati. Io intanto, dopo l'emigrazione in Piemonte di mamma e papà ero rimasto senza famiglia e senza casa, ero fidanzato con vostra nonna, vivevo a Padova, mangiavo alla mensa dell'ANPI e dormivo assieme ad altri compagni sindacalisti in una stanza sopra gli uffici dell'INCA, su vecchie e malandate brande dalle quali al mattino ci alzavamo più stanchi della sera, ma allora avevamo 25-30 anni e tante speranze.

Al sabato sera andavo a Pozzonovo e andavo a dormire da mia zia, poi anche lei è andata in Piemonte e sono finito a dormire nello stesso locale in cui venivano ricoverate le galline, prima da mio zio e poi a casa della nonna allora fidanzata. Per mangiare andavo sempre da mio zio Suero, poiché ho sempre ringraziato, anche se avrei gradito volentieri, le diverse offerte che mi venivano fatte da molti lavoratori e cittadini di andare a pranzo da loro, forse sbagliavo ma pensavo che gli avversari avrebbero goduto se mi avessero visto in piazza verso mezzogiorno poiché potevano pensare che non sapevo dove andare a pranzo. Oppure avrebbero potuto pensare che poteva essere arrivato il momento per loro di avanzare un ennesimo tentativo di corruzione.

LA CASA E IL MATRIMONIO

Nel marzo del 1955 sono venuto in questa zona, allora si chiamava "Al Baraccon" per un incontro con degli ortolani per discutere con loro problemi di categoria, dopo la riunione parlai della mia necessità di trovare alcune stanze in affitto; era ora che con vostra nonna ci sposassimo, eravamo fidanzati da 6-7 anni, ed erano ormai due anni che io vivevo da solo e in condizioni che mi avevano stancato. Quindi ero alla ricerca di una casa, ma ci accontentavamo anche di due stanze in affitto.

Vi dirò che dopo aver visto il film " II Tetto" che voi potete vedere prendendo a noleggio la cassetta; con vostra nonna avevamo pensato di farlo anche noi. Cioè come avveniva nel film fare una casetta in una notte su un terreno del comune di Padova che era inutilizzato. Questa idea ci venne vedendo nel film i carabinieri arrivati al mattino non poterono sfrattare i due sposi che occupavano la casetta "abusiva" costruita nella notte poiché sul fuoco del camino c'era una pentola.

Gli alcuni ortolani, ai quali avevo detto che cercavo casa, mi dissero che Bruno, un operaio della vicina fornace, stava vendendo dei lotti di terreno sui quali anche se di 200 metri quadrati avrei potuto fare la casa, loro avevano capito di quale piccola casa mi sarei accontentato, e poiché il comune di Albignasego non si era ancora dato un piano regolatore avrei potuto costruire anche su così poco terreno. Andai subito dall'operaio che stava vendendo la terra, mi presentai dicendo che mi mandava Nani; subito concordammo il prezzo per i 200 metri quadri di terreno e qualche giorno dopo facemmo venire il geometra per la misurazione del piccolo quadrato di terreno che era a forma rettangolare di metri 12,50 da sud verso nord e di metri 16 da est verso ovest. Qualche sera dopo andai a Pozzonovo e ne parlai ai compagni ed amici e loro mi dissero che sarebbero venuti a costruirmi la casetta. Concordai con mio zio Romano che faceva il muratore che venne per tracciare la casa, ma constatando la limitatezza del terreno mi disse che la casetta non avrebbe preso il sole perché sarebbe stata troppo vicina a quella che già stavano erigendo e mi consigliava di acquistare ancora un po' di terreno per distanziarmi di almeno altri 5 metri.

Andai dall'operaio che mi aveva venduto il terreno e gli spiegai che avevo bisogno di altri 80 metri quadri di terreno; mi disse che si poteva fare, anche se potevo pagarlo dopo 6 mesi e che perciò gli avrei firmato una cambiale. Mio zio potè tracciare la casa che sarebbe venuta ad un piano e per complessivi 50 metri quadri. Io e la nonna ci mettemmo subito alla ricerca di un po' di soldi, poiché dopo avere pagati i 200 metri di terreno eravamo rimasti quasi senza. Chiedemmo aiuto alle nostre famiglie e racimolammo quel poco per partire con la costruzione. Avere una casa anche se così modesta in quelli anni era un fatto eccezionale e a Pozzonovo tutti ne parlavano e i più con ammirazione. Solo il prete ebbe a dire "lui si fa la villa a Padova".

Nel giro di 40-50 giorni procurai il materiale (20 metri cubi dei resti di una casa demolita perché era ai margini della strada adriatica, ricordo che pagai 26.000 lire. La calce e un po' di cemento ce lo diedero a credito. Intanto i compagni ed amici da Pozzonovo si stavano organizzando per venire a fare la costruzione; l'operazione di avvio si concretizzò nel corso della settimana dopo Pasqua del 1955. erano 20-25 persone che al mattino a Pozzonovo salivano sul camion e ritornavano alla sera. Quel lunedì mattina appena scesi dal camion (era un "Doge" residuato bellico) chi iniziò a scavare il solco per le fondamenta e chi a costruire i travetti per il tetto. Intanto i muratori esperti mi fecero notare che di mattoni ce n'erano pochi di sani nel materiale che avevo preparato e vedendomi rattristato si premurarono a rassicurarmi che l'avrebbero comunque adoperato; mi dissero anche che quel materiale appariva insufficiente e che

se avessi procurato il necessario entro sabato avrebbero costruito la casa. Io risposi che non sapevo dove rivolgermi, perciò qualcuno ebbe l'idea che era possibile andare nei colli Euganei a Monselice dove c'erano le cave di trachite abbandonate dalle quali erano state prese centinaia di metri cubi di trachite per turare la falla del Po che nel 1951 aveva rotto gli argini e da quelle cave si potevano prendere pietre e pietrisco che poteva venire usato per costruire i muri perimetrali della casa. Così si fece. Con 4-5 camion di pietre negli alcuni giorni che restavano della settimana si completò la costruzione e si montarono i travetti del tetto. La casa era stata costruita; quegli amici e compagni non ricevettero una lira, ebbero solo una pastasciutta a mezzogiorno che faceva la nonna, che anche lei per quel periodo sopra il camion veniva e tornava ogni giorno da Pozzonovo. Mio zio e qualche altro muratore nel corso di poche settimane successive intonacarono i muri all'interno e gettarono i pavimenti. I1 28 agosto 1955 ci sposammo. Il matrimonio avvenne in municipio a Pozzonovo perché il prete di allora ci avrebbe sposati solo alle 6 del mattino; il perché non ce lo disse. Infatti non poteva rimproveraci nulla poiché la nostra condotta è sempre stata corretta e rispettosa verso il prossimo. Al nostro matrimonio che avvenne di domenica alle ore 11 partecipò la stragrande maggioranza dei cittadini di Pozzonovo e si concluse con un piccolo rinfresco nel locale della Camera del Lavoro. Il viaggio di nozze è consistito nel restare a casa dai miei famigliari emigrati nel comune di Invorio.

IL LAVORO ALL'I.N.C.A.

Quando mi venne proposto di andare a lavorare all'INCA, fui riconoscente all'organizzazione, accettai ma non con grande entusiasmo poiché nello svolgimento delle poche pratiche che mi erano state affidate nel periodo che ero capo-lega avevo capito che il compito che mi sarei assunto forse era più grande di me e temevo di non farcela.

L'LN.C.A. (Istituto Nazionale Confederale di Assistenza) consisteva e consiste nel dare assistenza e patrocinio: tecnico, medico-legale e legale ai lavoratori colpiti da eventi per i quali hanno diritto all'assistenza sanitaria ed economica a carico degli enti preposti, cioè: I.N.P.S. per quanto riguarda: pensioni; assegni famigliari; disoccupazione, ecc. le Casse Mutue (attualmente sostituite dal Servizio Sanitario Nazionale) per l'assistenza di malattia e maternità. Gli Istituti per l'assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali.

Io sono sempre stato convinto che per assistere e difendere un lavoratore assicurato per certi eventi o un cittadino, anche non assicurato ma comunque avente diritto a determinate provvidenze è necessario che il preposto (quello che dovevo diventare io) deve essere conoscitore delle leggi e disposizioni varie che regolano la materia e ciò mi faceva paura, anche perché i miei limiti scolastici e culturali erano estremamente bassi.

Allora in quel lontano 1952, avevo 26 anni e avevo lasciato i banchi di scuola a 11 anni. Gli anni della mia giovinezza gli avevo vissuti alla ricerca di un lavoro manuale-tecnico ma non di più. Quella bassa scolarità e limiti culturali mi hanno sempre pesato e le difficoltà che ho incontrato anche nel lavoro tecnico (trattazione di pratiche mediante ricorsi amministrativi, ecc.) sono state molto gravose. Ricordo i sudori freddi quando dovevo fare una lettera di ricorso per qualche prestazione negata, nella ricerca delle giuste argomentazioni ed espressioni che naturalmente dovevano essere in italiano il più corretto possibile e allora

ricorrevo al vocabolario perché non volevo che l'organizzazione sfigurasse. Quella sofferenza veniva da me esternata perciò spesso intervennero i massimi dirigenti dell'organizzazione sindacale e anche politici vicini ai lavoratori per rincuorarmi e per esprimermi la loro fiducia.

La spinta e il sostegno mi venne costantemente dai molti operai attivisti sindacali e collaboratori dell'INCA con i quali collegialmente affrontavamo le controversie che sorgevano con gli Istituti preposti alla erogazione delle prestazioni, nelle cui azioni avevamo anche l'apporto di bravi tecnici, medici e avvocati. Iniziai il nuovo impegno-lavoro all'INCA il 22 ottobre 1952 e da allora fino a qualche anno fa il mio impegno è stato intenso e con la ferma volontà di essere all'altezza dei compiti che mi venivano affidati dall'organizzazione sindacale e dal partito (P.C.I.) a cui ero iscritto e in rappresentanza del quale fui eletto Consigliere Comunale per più legislature a Pozzonovo e ad Albignasego. Quindi vi è sempre stata la necessità di essere aggiornato al meglio possibile sulla situazione sindacale e politica, perciò occorreva leggere giornali e pubblicazioni varie almeno quelle della CGIL e del PCI.

Il mio più grande impegno però è sempre stato quello di cercare di essere il più valido possibile per dare l'assistenza, a cui l'INCA era preposto, ai lavoratori e cittadini che vi si rivolgevano. Quindi l'impegno maggiore era lo studio delle leggi e regolamenti e della giurisprudenza a cui venni avviato da un corso di due mesi che ho frequentato nella primavera del 1953 alla CGIL-INCA nazionale.

La conoscenza dei diritti dei lavoratori per me è stata la spinta da cui prendevo la forza per impegnarmi sempre di più. La soddisfazione più grande era quella di far ottenere prestazioni che sarebbero state perdute magari perché ignorate dai lavoratori e cittadini interessati o per il fiscalismo degli enti preposti all'erogazione. Pertanto si rendeva necessaria anche la divulgazione delle leggi e norme che stabilivano il diritto a certe prestazioni e quindi la produzione e divulgazione di: manifesti, volantini, opuscoli, ecc. Questa è stata una costante della mia attività.

Ricordo le due più importanti pubblicazioni realizzate:

  • "I DIRITTI PREVIDENZIALI DEI LAVORATORI in Italia, nei paesi della Comunità Europea e nella Svizzera" che ha avuto un'ampia diffusione;

  • "LA PREVENZIONE DEGLI INFORTUNI E DELLE MALA111E PROFESSIONALI E' L'OBIETTIVO PRIMO DELLE CONFEDERAZIONI SINDACALI" realizzata con i patronati INAS-CISL e ITAL-UIL in un importante periodo di attività unitaria.

Grande è stato anche l'impegno per trasferire le mie conoscenze ai lavoratori con numerose assemblee, riunioni, corsi, seminari per gli attivisti sindacali che poi nei luoghi di lavoro trasferivano ai propri compagni.

Cari nipoti, questo è quanto volevo raccontarvi: la mia vita, le mie esperienze, le mie lotte, nella speranza che ciò vi possa giovare e rafforzare la vostra convinzione della necessità di impegnarvi sempre di più negli studi, fino al raggiungimento dei vostri obiettivi che mi auguro siano ai più alti livelli del sapere e della cultura.

Il nonno Selvino

Settembre 2002

Indice

 

Capitoli

Pag.

2

Ricordi di un nonno

 

16

La malattia

 

18

Lotte per il lavoro

 

49

La casa e il matrimonio

 

52

Il lavoro all'I.N.C.A.

 

Pag.

 

6

Argomenti trattati

La meanda

 

11

Si costituisce la C.G.I.L.

 

13

Imponibile di mano d'opera

 

20

Vittoria dei braccianti

 

23

Nominato Capo-lega

 

28

Vogliono piegare Pozzonovo

 

33

Sciopero a rovescio

 

38

Massacrate le biciclette

 

39

Licenziamento per rappresaglia

 

43

La nuova Camera del Lavoro di Pozzonovo

 

45

Sentenze di tribunale

Note:

*Seminatrici di barbabietole e di granoturco che lasciano cadere sul terreno un unico seme e alla distanza voluta per la realizzazione della maggiore produzione; di zappatrici meccaniche per la sarchiatura, di mietitrebbie per la raccolta del grano e del granoturco; di macchine per l'estrazione, la pulitura dalle foglie delle barbabietole e per il carico nei camion per la consegna agli zuccherifici.

* lavoro di mietitura e trebbiatura del grano. Il contratto che regolava la meanda prevedeva che la retribuzione avvenisse con una percentuale del grano raccolto.