Leonino Da Zara

Leonino Da Zara,La sua famiglia, il possidente, il pioniere dell’aereonautica,il giornalista, lo scrittore.

L’anno milleottocentoottantaotto, addì sedici di Agosto a ore antimeridiane undici e minuti venti, nella Casa comunale, avanti l’Ufficiale di Stato Civile del Comune di Padova, è comparsa  Lanzanini Giuseppina, di anni cinquantotto, levatrice, domiciliata in Padova, la quale ha dichiarato che alle ore pomeridiane dieci e minuti zero del dì undici del corrente mese, nella casa posta in via Rovina (oggi via Rudena,) al numero quattromilaseicentoquarantacinque, da Lunardi Elvira, casalinga non coniugata qui domiciliata e dalla sua unione con uomo celibe, non parente e non affine di lei nei gradi  che ostano al riconoscimento , è nato un bambino di sesso maschile che non mi presenta e a cui da il nome di Leonino Ottorino Umberto.
A quanto sopra e a questo atto sono presenti quali testimoni Benettin Antonio, di anni cinquantatre, capomastro e Bellotto Girolamo, di anni ventisette, cameriere, entrambi residenti in questo Comune.
La dichiarante ha denunciato la nascita predetta qual mandataria speciale di Lunardi Elvira come risulta da atto quattordici corrente mese ricevuto dal Notaio Candiani Roberto di qui.
La signorina Elvira Lunardi, di anni 22, risiede, da quando prese servizio stabilmente provenendo da Salboro, al n. 36 di via Umberto I° a Padova che corrisponde ad un palazzo della nota famiglia ebrea dei Da Zara, ricca di mezzi e di servitù, decine di  cuochi, camerieri, domestici e anche di una maestra di famiglia.

La famiglia Da Zara è una di quelle ricche famiglie ebraiche che si sono stabilite nel veneto ed hanno raggiunto una posizione economica e sociale preminente solo dopo la caduta della Repubblica di Venezia per mano di Napoleone e la conseguente abrogazione del divieto per i membri della comunità israelitica di acquistare beni immobili.
Già Moisè, del fu Giuseppe, è nato a Padova il 5-10-1825 ed abita con fratelli (Marco e Saule), figli (Giuseppe, Nina e Leone) e nipoti (Marco jr, Carolina e Bianca figli di Giuseppe) nel palazzo di via Spirito Santo 970 (la numerazione era ancora unica per tutta la città) ora via Marsala, angolo via Prati.

nella foto il palazzo Da Zara di via Marsala Padova

Però possiede altri palazzi tra cui “Palazzo Da Zara” di fronte alla chiesa di San Daniele al n.2204 (poi via Torricelle 36, poi Via Roma 36, poi Via Umberto I° 36 ora 100).

nella foto il Palazzo Da Zara Via Umberto I

Altro palazzo è noto come “Palazzo Levi Da Zara” in piazza Capitaniato, seguito al matrimonio di una nipote.

nella foto Palazzo Levi Da Zara  in piazza Capitaniato a Padova

Per quanto riguarda la signorina Elvira è necessario aggiungere che ha già avuto una figlia naturale, handicappata, che però non vive con lei ma presente in varie circostanze, su una carrozzina per invalidi. Appena nato il bambino prende la residenza della madre e  tra i colleghi di servizio della signorina Elvira viene ripetuto per vero che  una mattina presto essa, cattolica, avvolge il bambino nel grembiule e furtivamente lo porta a battezzare (alla chiesa di Santa Giustina, si  dice). La notizia sembrerebbe attendibile però tutte le ricerche effettuate  anche nelle chiese limitrofi a via Umberto I° non hanno trovato alcun riscontro, anche se è da sottolineare l’estrema difficoltà incontrata per gli effetti della legge napoleonica che ha tolto la parrocchia a molte chiese di Padova.
La signorina, che fotografie successive ci mostrano piacente e prosperosa e decisamente sveglia,  può essere effettivamente uscita furtivamente, lasciando capire di voler battezzare il bambino, abitando in una famiglia ebrea,  ma , sapendo chi era il padre, può semplicemente aver finto di farlo, per passare da buona cattolica agli occhi dei colleghi. Ma può anche essere vero se nel 1940 in occasione del suo invio al confino per ordine di Mussolini, Leonino pretende di essere stato battezzato e nel ’42 viene dichiarato non appartenente a razza ebraica con l’avallo dello stesso Mussoni, in calce ad una nota della Polizia Politica.

In ogni caso tale comportamento fa dedurre che il bambino sia il frutto di rapporti avvenuti all’interno della casa e sicuramente non con un cameriere.
Infatti, appena Leonino compie un anno, il 9 settembre 1899, con atto presso il notaio Meneghina in Piombino, Lunardi Leonino Ottorino Umberto viene riconosciuto per figlio dal dottor Leone Da Zara, di anni 27, l’atto viene trascritto sui registri dello Stato Civile di Padova ed egli diventa Da Zara Leonino Ottorino Umberto.
Dagli scritti successivi pervenutici possiamo dedurre quanto ci tenga  il dottor Leone a questo bambino, e ci permettiamo di aggiungere, quanto sia assecondato dalla madre del bambino che nutre un’intelligente furbizia, e possiamo meravigliarci fino ad un certo punto se, preso dall’entusiasmo o sentendosi moralmente impegnato, il dottor Leone  sposa con rito civile a Padova, la signorina Elvira il 14 dicembre successivo. Con tale atto Leonino diventa figlio legittimo di Leone a tutti gli effetti.

La nuova famiglia abita nel Palazzo Da Zara di fronte a S.Daniele, sulla facciata del quale ci sono due targhe in marmo che ricordano di aver ospitato il Ruzzante, grande scrittore  e attore in dialetto veneto e il passaggio di Giuseppe Garibaldi nel 1867,  il quale dal balcone principale ha inneggiato alla presa di Roma.
Il fratello Giuseppe rimane con la famiglia nel Palazzo di via Marsala.
Il dottor Leone Da Zara è l’erede, assieme al fratello Giuseppe, (sistemata la sorella Nina con lauta dote, come si usava allora) dei grandi possedimenti terrieri del padre Moisè deceduto all’età di 54 anni nel 1879, coniugato con Trieste Regina deceduta all’età di 55 anni nel 1885, ricco ebreo, che nel 1863 è divenuto proprietario di molti terreni e fabbricati a sud di Padova, tra cui Casalserugo.
Al dottor Leone, anzi, pervenne la fetta più larga dei terreni di Casalserugo, a cui si affezionò moltissimo, tanto da abitare con assiduità nella villa di via Roma (ora Ruffatti), ancora di più dopo la nascita del bambino, mentre i suoi agenti operano nell’agenzia di via Umberto I° (corte Da Zara), comunque collegate.

Al dottor Giuseppe toccarono altri paesi limitrofi e a Casalserugo la villa detta delle statue e quelle di via Orsati e Sabbioni (ora Pizzo).
Molto diversa è la condizione della signora Elvira che pur vivendo fin da giovanetta nella famiglia Da Zara, manca di una adeguata istruzione oltre che essere una donna di servizio. Per alcuni anni l’esuberanza dei suoi  sentimenti e l’attenzione per il bambino coprono tali disuguaglianze, ma nel tempo si veste di un’interpretazione caricaturale della signorilità, quale intesa specialmente nei sobri comportamenti della famiglia  Da Zara.
In questa situazione, il bambino, tra l’altro di salute cagionevole, cresce viziato da entrambi i genitori, mentre tra i suoi genitori si evidenzia sempre più la reciproca sopportazione. La signora Elvira finisce per vivere in una parte della villa di Casalserugo e il dottor Leone da un’altra, come a Padova, con diversa servitù, la quale a sua volta parteggia per l’una o l’altra parte.
Per assoluta “incompatibilità di carattere” il 10 ottobre 1895, Leone ed Elvira si separano, lui obbligandosi verso di lei ad un assegno annuo di lire 15.000, pagabile anticipatamente in rate bimestrali al domicilio di lei, perché provveda al proprio mantenimento in modo decoroso ed adeguato alla posizione del marito. Il dottor Leone inoltre versa alla signora Elvira 8.000 lire per arredare la sua nuova abitazione in via Briosco  9, a Padova, e le  conferisce inoltre mobili antichi ed oggetti preziosi.
Da questa vicenda Leone esce molto amareggiato, forse anche perché nel matrimonio riponeva molte aspettative, come dimostrano  i sonetti e i carmi che da giovane ha dedicato a parenti e conoscenti che si sposavano, quali quelli alle nozze Da Zara-Bianchini e Pesaro-Senigaglia, a noi pervenuti e da lui firmati, una attitudine mai riconosciutagli (Biblioteca Universitaria).
Chiaramente queste vicende si riflettono su Leonino che ricorderà, di questi tempi, la libertà nei giardini della villa di Casalserugo, i fiori, le piante e i viali, ma mai una rincorsa verso i genitori o un loro abbraccio.
Con la separazione formale dei genitori, la sorte di Leonino è segnata, viene accompagnato al collegio Convitto Nazionale Marco Foscarini di Venezia. Leonino ha 7 anni, da poco compiuti.

Possiamo leggere come Leone presenta il suo Leonino al Rettore del Convitto.
“Padova 19/11/1895. Chiar.mo Sig. Rettore, adempio al dovere di farle i più vivi ringraziamenti per la lieta cera con cui mi ha accolto, e per l’interesse gentile ed affettuoso che mostra pel mio figliolino. Questo, come già le dissi nel nostro colloquio seguito ieri, è arancino (malaticcio), e fu anche un po’ viziato: quel che succede generalmente dei figli unici; ma natura, fortunatamente, lo dota di una certa intelligenza e conviene pur riconoscere che egli appalesa abbastanza buon volere tenuto conto di tutto.
Non v’ha dubbio quindi, che poiché avrà fatto l’abito al nuovo stato, e si sarà acconciato alla disciplina del collegio, disciplina che per quanto sia mite, mitissima, gli riesce per ora dura, sapientemente ed amorosamente guidato da lei e dai valenti maestri, vivamente stimolato da nobilissimi esempi, cucirà a refe doppio e darà ottimi frutti.
Mi fo lecito di raccomandarglielo vivamente e caldamente, convinto che le sue tenere cure e le sagge sue esortazioni devono tornargli grandemente utili e sommamente efficaci.
Mi corre poi l’obbligo di ringraziarla con tutto l’animo per la squisita compitezza con cui ella, nonostante che sia affollata dalle faccende, ha voluto accompagnarmi a visitare per lungo e per largo il mirabile convitto, cui ella dirige con tanto amore e con sì grande zelo e che colpisce per la sua grandiosità e pel suo carattere rispondente alle moderne esigenze.
Le faccio riverenza e le rassegno la mia servitù. Dev.mo suo Leone Da Zara”.

Il 20 novembre successivo Leonino cade malato, febbricitante per angina catarrale.

Il 15 aprile 1896 Leonino viene assalito dal morbillo, ma Leone non può andarlo a trovare e se ne rammarica e il 25 lo manda a prendere dal suo agente per un breve periodo di convalescenza.
A questo punto il Rettore fa presente che “secondo le autorità sanitarie Leonino non può prender parte alle passeggiate che si fanno, specialmente in villeggiatura a Este, ed egli dovrebbe rimanersene in Convitto con un istitutore addetto a lui. Tale modo di vita sarebbe più dannoso che utile alla salute del caro bambino che abbisognerebbe di cure più assidue ed affettuose, per cui sarebbe d’avviso che il dottor Leone disponesse altrimenti anche per togliere una grave responsabilità al Convitto”.
In luglio Leone dà disposizione al Rettore per quali periodi Leonino può stare con la madre, con la zia Nina e con lui.
Rientrato in collegio, che a questo punto sembra  essere il posto più tranquillo per lui, si ammala nuovamente nel febbraio del’97 e viene spedito a casa dove viene curato anche per la malattia a lui congenita, anemia grave, per la quale poi sarà riformato alla visita di leva.

Il 19 febbraio il dottor Leone comunica che “ mercè le cure sapienti del dottor Bertelli, il mio figliolino, lode al cielo, va migliorando sempre più, ma….per una guarigione completa deve rimanere a casa fino al 4 marzo e chiede l’assenso della Direzione, che viene accordato.
A marzo viene pure accordato  ancora un breve permesso per restare con la zia Nina e il dottor Leone non manca di ringraziare la Direzione per la disponibilità dimostrata.
Il 15 maggio Leonino è colpito da febbre altissima, tosse e dolore puntorio al lato sinistro e richiede l’assistenza di un’infermiera. Si ristabilisce ai primi di giugno.
Il 21 luglio la signora Elvira ottiene Leonino in permesso presso di lei per qualche giorno, su semplice richiesta alla Direzione.
Ai primi di agosto Leonino non può muoversi per un’unghia incarnita che non gli permette di camminare e la Direzione chiede che venga provveduto direttamente perché in quelle condizioni non può partecipare alla villeggiatura a Este, assieme a tutti gli altri.
Il dottor Leone, a conoscenza dei permessi concessi alla signora Elvira di prendere Leonino con sé anche per poche ore, richiama la Direzione sugli accordi intercorsi e prega che ciò non abbia a ripetersi.
La Direzione fa presente che solo ora viene a conoscenza dei patti concordati con la signora Elvira e ne terrà conto in seguito, però precisa che “dovendo tollerare in Convitto un bambino invalido, aveva creduto di provvedere al suo bene, senza turbare le esigenze generali del servizio, affidandolo alla madre. Vaglierà comunque se il bambino potrà essere sottoposto alla vita comune, anche perché l’affidarlo ad un Istitutore presenta i suoi inconvenienti”.
A fine novembre Leonino rientra in Convitto e per recuperare il tempo perduto gli vengono date alcune ripetizioni settimanali a spese del dottor Leone che le ha proposte e da cui Leonino sembra trarre  ottimo profitto.
Nel contempo Leonino chiede ed ottiene di smettere di studiare il violino facoltativo “ perché ha capito che gli difetta l’attitudine al riguardo”.
L’inverno seguente lascia tranquillo Leonino che si riprende bene negli studi al punto che, a giugno, per la condotta e il profitto ottenuti, la Direzione lo propone per gli esami d’ammissione alla prima ginnasiale, saltando la quinta. Grandissima è la soddisfazione del dottor Leone.

Il 16 luglio 1898 Leonino ottiene il “certificato dell’esame di proscioglimento dall’obbligo dell’istruzione elementare inferiore” (promosso) e viene ammesso alla prima ginnasiale.
E’ interessante notare i voti riportati.
Componimento italiano: 9, Lettura e spiegazione: 10, Dettatura: 8, Scrittura: 7, Aritmetica: 9, Diritti e doveri dell’uomo e del cittadino: 8, Ginnastica: 6.

Leonino passa quindi alcuni giorni di vacanza con la madre, vacanza che con l’assenso del padre si prolunga fino a tutto agosto. Da questo momento ogni occasione è buona per Leonino per restare con la madre e, da notare, il dottor Leone avalla questo comportamento forse perché Leonino preferisce stare con la madre, che gli permette qualsiasi capriccio,  o forse lo subisce perché è impreparato ad affrontare l’indisciplina di un adolescente, inimmaginabile ai suoi tempi.
Al Convitto, tra l’altro, subentra un nuovo Rettore, diverso dal precedente con cui il dottor Leone  si trovava molto bene, e nel porgergli il benvenuto il dottor Leone è commovente nel “raccomandargli il suo figliolino dal profondo del cuore affinchè possa superare gli scogli del latino, perché intelligenza non gli difetta e saprà superare ogni difficoltà”.
Durante il ginnasio Leonino matura ulteriormente un comportamento critico verso il padre,  parteggia completamente per la madre alimentando i contrasti tra i genitori, prosegue gli studi al limite della sufficienza recuperando anche a ottobre.
Finito il ginnasio, esce dal Convitto, torna a Padova dove frequenta il Liceo Tito Livio, a due passi da casa, si diploma nel 1906 e si iscrive a  Giurisprudenza all’Università di Padova che frequenterà con Augusto Calore fino al quarto anno, nel 1911 é ancora iscritto fuori corso, però non si laurea, con grande disappunto del padre che lo interpreta come un dispetto nei suoi confronti.
A questo punto delle riflessioni si rendono necessarie.
Nel 1892 il dottor Leone oltre a possedere oltre un terzo di Casalserugo, continua a comprare case e terreni, è consigliere comunale a Casalserugo a cui si interessa particolarmente e affettuosamente come possiamo dedurre dalla lettera indirizzata all’allora Parroco e che riproduco interamente perché forse può ben riassumere l’animo di questo ricco ebreo di una volta.

“Leone Da Zara, Padova via S. Daniele (zona) n. 2204 (una volta c’era anche a Padova una numerazione unica come a Venezia), 4 marzo 1893.
Pregiatissimo Don Modesto Zampieri Parroco di Casalserugo.
Mi affretto a rispondere alla riverita sua del 2 sc.
Compie una missione veramente religiosa e altamente civile, quel parroco di campagna che è compreso dell’importanza del suo ufficio e della grandezza dei suoi doveri, come ben disse un chiaro scrittore italiano. E’ perciò, a senso mio, degno di caldo encomio e di ogni valido appoggio, il buon pastore che si adopera accesamente, per appagare i giusti e fervidi voti del suo gregge, e che si fa strenuo promotore di appesati provvedimenti, per tutelare amorosamente il decoro.
Appunto per tale mio convincimento, e per l’affetto schietto, vivissimo che, da lungo volger di tempo, mi lega a Casal Ser Ugo, annuisco di tutto l’animo, alla domanda che Ella mi fa, di autorizzarla a demolire, a spese della Fabbriceria di costà, l’Oratorio annesso alla casa occupata dal mio fittavolo Sig. Verza Ferdinando (ora  villa Greggio, ndr) coll’obbligo di ridurre coltivabile il sottostante terreno, e a valersi dei materiali provenienti dalla demolizione in parola, per ingrandire la Chiesa Parrocchiale, situata nel Centro del Comune, semprechè vi sia il pieno assenso del Reverendissimo Monsignor Vescovo, dalla cui suprema autorità dipende la cosa, per quella parte essenziale che riguarda il culto.
Ottenuto l’assenso soprascritto, prenda pure i debiti accordi col mio agente Sig. Montini Giovanni (anche sindaco, ndr), cui ho dato le mie disposizioni in proposito; e frattanto, mi è gradita l’occasione per dirmi con speciale ossequio  Dev.mo suo Leone Da Zara”.

Si aggiunga che è tenente colonnello della riserva, partecipa ad ogni possibile iniziativa caritatevole a Padova, le cronache dell’epoca riportano ogni notizia che lo riguardi, come una distorsione o una caduta da cavallo, però nel 1895 subisce amaramente la separazione dalla signora Elvira, è morbosamente attaccato al “figliolino”, non dà seguito alla separazione che rimane un atto privato (anzi, nel 1906, la signora Elvira gli muove causa per violazione degli accordi, a cui viene chiamato a testimoniare anche il parroco Zampieri di Casalserugo) e non può formare un’altra famiglia, non gli si conoscono avventure galanti, e, però, non si accorge che , dopo il ginnasio, il “figliolino”,  menomato nel fisico, ha sviluppato in ogni senso le sue spiccate doti intellettuali che lo spingono ad interessarsi alle esperienze più ardite con le moto,  le automobili e poi  gli aerei, oppure a cimentarsi sulle riviste e sui  giornali, scrivere versi o addirittura commedie.
Dalla prefazione alla stampa della commedia “La commedia delle maschere”(stampata nel 1923)  apprendiamo che essa risale al 1904 e che all’epoca è già critico teatrale de “La Provincia”, mentre dalle “Historie” apprendiamo che in quel giornale va poi a sostituire il poi famoso Arnaldo Fraccaroli chiamato nel 1909 al Corriere della Sera, inoltre suoi scritti appaiono su “La Gazzetta di Venezia, su “Comomedia” di Parigi e in “Rassegna poetica”. L’incarico a La Provincia durerà a lungo, oltre il 1909 e sarà ricordato in occasione delle sue imprese aeree.

Un esempio, la recensione del 3 maggio 1909 a firma L.D.Z.
La Provincia, Arte e teatri, Teatro Garibaldi.
In bordata, Passa la ronda, Lui, Dormite, lo voglio.
“Il repertorio del Gran Guignol ha avuto buon successo anche a Padova. La compagnia ‘Sainati’ ha fatto applaudire i tre brevi drammi e la farsa finale.
Nel pubblico c’è stata in principio un po’ di sorpresa e di indecisione per il genere di spettacolo; ma l’interpretazione viva, colorita della compagnia Sainati e specialmente di Bella Storace Sainati e di Angelo Sainati ha fatto piacere anche scene non troppo felici come invenzione e comme fattura.
Il repertorio del ‘Gran Guignol’ richiede degli atti brevissimi, di rapido effetto e che non si dilunghino in descrizioni di ambienti e di personaggi secondari. …
Certo è questo: che il Sainati e la Sainati fanno animare con terrificante vivezza le loro brevi parti. La Sainati ha un gioco di fisionomia espressivo e naturale: la sua contro scena è studiata anche nei piccoli particolari, con una precisione mirabile e con un risalto perfetto dei sentimenti di terrore e di angoscia.
Alfredo Sainati, anche dimenticando la piacevole sentinella nel ‘Passa la ronda’, ha fatto due tipi di ubriachi bellissimi e in questi due tipi ha messa una così grande varietà di movimenti, di intonazioni, per farne  risaltare i caratteri diversi, da far capire quanto studio intelligente metta nella creazione dei suoi personaggi.
Io credo che sia difficile immaginare il repertorio del Gran Guignol senza questi due artisti.
Iersera il pubblico li ha applauditi molto calorosamente ad ogni atto e li ha voluti più volte alla ribalta.
La farsa del Feydeau, ‘Dormite, lo voglio!’ ha chiuso lo spettacolo. La farsa non val molto però ha fatto molto ridere grazie alla grande comicità del Pilotto. L.D.Z.”.
 Indubbiamente dimostra facilità d’espressione, sicurezza di giudizio, anche temerario come nel caso di Feydeau e come sempre la voglia di mettersi in mostra, a proprie spese però, firmandosi con le sue vere iniziali.

Da “Rassegna Poetica” in prefazione alle poesie “Le ore che non Tornano” risulta che nel 1907 ben cinque sue commedie vengono rappresentate in molti teatri: “Cravatta rossa”, “Baciami sulla bocca”, e “Passo a due” dalla famosa Compagnia di Emilio Zago a Padova, Verona e Brescia; “Diritto d’estradizione” dalla Compagnia Fravre-Paladini a Verona; “L’eredità” dalla Compagnia Brunorini a Montecatini, mentre ne sono nominate altre: “La compagnia della ventura, “Evviva la vita!” e “Alla frontiera”.
Del periodo 1904-1909 sono le raccolte di poesie: “Le ore che non tornano”, “I pellegrinaggi d’amore”, primo, secondo, terzo libro e, a seguire,“Gli incantamenti d’amore”, quarto e quinto libro.
Tutto questo dai 16 ai 20 anni, ma sotto lo pseudonimo di Emmanuele Faliano del quale Leonino parlerà nella prefazione a “Il teatro del Popolo” nel 1938 in questi termini: “… ma quelle che sono confessioni intime, quelle che raccontiamo agli altri per non dirle a noi stessi, avevano avuto la celata di un pseudonimo, comodo vestito da viaggio per evitare i compagni insofferenti. (inoltre ndr) Mi è stata data la grande fortuna, dopo che i molti giornali quotidiani hanno avuto la melanconica idea di nominarmi critico teatrale e maggiordomo della terza pagina…”.
Non stupiamoci comunque perché anche Gabriele D’Annunzio, da subito, ha voluto così esprimersi sulla prima raccolta di poesie “Le ore che non tornano”: “Questi versi di Emmanuele Faliano mi sembrano notevoli per una certa spezzatura elegante e per un cinismo sentimentale che diventerà forse più profondo e più ardito in un libro futuro”.
I titoli delle poesie che vi appaiono sono indicativi di una notevole sensibilità di Leonino, forse maturata nell’esclusione dai giochi dei compagni per motivi di salute, un po’ alla Leopardi secondo me, che mette in luce un aspetto nascosto dai successi aviatori, ma che alla luce delle successive pubblicazioni, non ha mai abbandonato Leonino:

“Ma per te solo e pel tuo sogno”
“Oasi di Gedemia”
“Agli ontani amici”
“O tu che non hai voluto esser mia!”

Leggiamo  l’inizio della prima: “Ma per te solo e pel tuo sogno”:
 
 “Che m’importa di essere uguale a voi?
Voi potete guardarmi, dire di me
Che sono inutile, non piacente, certo,
Scettico, amaro nel sorriso, poco
Interessante – Ditelo – Che importa?

Ma
Quando son solo, e scrivo e penso e veglio,
Sento ribellar tutta la forza innata….”